Climax discendente

Stasera sono tornata a casa, ho stappato il Rosso Etna che ha portato Lorenzo e acceso Lucio Dalla, chè avevo bisogno di consolarmi e coccolarmi.

Cosa sarà, che fa crescere gli alberi e la felicità?

Non lo so. Non l’ho mai capito.

Soprattutto, non ho mai capito la felicità. Non ho mai sentito, la felicità.

Ma ho imparato bene l’uso delle figure retoriche, e in particolar modo quella del climax.

Solo che a me piace il climax ascendente.

Quello discendente non fa parte del mio modo di sentire, eppure sembra incomprensibilmente far parte della mia vita.

Io non riesco a scrivere, in climax discendente. Non sono capace.

Non faccio cose che non capisco, non prendo cose che non capisco. Non sono capace.

E l’emozione che scema e l’intensità che decresce sono cose che non capisco.

Triste ma vero, non essere capace.

Triste ma vero, essere ‘precog’ e già sapere quello che succederà. Che sarà emozione e poi climax discendente.

Non fossi precog, sarei capace di vivere le cose così come sono. Sarei capace di stare hic et nunc.

Invece, per farlo, devo forzarmi. Meditare, praticare costantemente la presenza mentale.

Altrimenti già vedo il domani.

Come lo vedevo quella sera sui navigli, come lo vedevo quella sera con la Wii.

Come se la pelle di porcellana fosse sottile e trasparente per farmi vedere meglio il futuro attraverso me.

Io odio il climax discendente, e lo conosco così bene… Lo so a memoria, il climax discendente.

Lo so che non è maturo, che non è responsabile e che non è oggettivo, ma amo le cose che crescono e l’ipotesi che il meglio debba ancora venire. Maltollero la sensazione che le cose non possano che peggiorare. Maltollero il rarefarsi della comunicazione, il lento spegnersi dell’emozione, la fine, il silenzio, l’ignoto.

Amo il tango per questo, perché è forte, intenso, e cresce. E quando è finito, ti lascia pieno, non solo.

Amo la musica perché non mi lascia mai sola.

E invece la vita, quella sì, che mi lascia sola. Niente che permanga, che duri, che cresca.  Tranne le mie parole e il mio gatto. Tranne qualche grande amica, forse. Ma ve lo dico tra dieci anni, chi ci sarà ancora, vicino alla spostata e lunatica Lady Kerouac.

Ho visto quegli sms decrescere, quelle lettere decrescere, quelle telefonate e tutti quegli amori sbagliati decrescere fino a finire.

Cosa sarà che fa crescere gli alberi e la felicità?

A dare la morte per un pezzo di pane o un bacio non dato?

Cosa sarà che ti strappa del sogno?

Cosa sarà che dobbiamo cercare?

Vorrei serate come il mio sabato di gipsyswing italiano, conversazioni su Skype in cui mi dicono che sono come una nuvola, innumerevoli baci rubati sulle scale o in ascensore, voci che mi dicono che sono non bella bensì abbagliante, vorrei mettere tutte queste cose assieme e svegliarmi innamorata domattina. Di quegli amori che ti fanno vibrare, sentire strana e sospesa, volare, sognare.

Vorrei dare un senso ascendente alle cose, mentre continuo a cercare il giusto dove giustizia non c’è.

E invece mi capita solo il climax discendente.

La gioia che travolge e poi scema, come se sbagliassi a credere. Forse sbaglio, ma non riesco a smettere.

Non smetto di credere ad un mondo migliore, ad ascoltare John Lennon e ricordare il disco al suolo di Strawberry Fields, a credere che lavoro per migliorare la vita di altri, a pensare di essere umilmente e utilmente al servizio, a leggere la Spinelli che scrive, a pregare, a ringraziare prima di mangiare. Perché se spezzerete il pane io sarò con voi.

Non riesco a smettere di cercare l’Altra Parte di me dispersa in qualche dove sul pianeta.

Non riesco e non voglio arrendermi, al climax discendente. Non lo capisco. Non sono capace.

Considero valore sapere in una stanza dov’é il Nord, l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.

E questo non può essere climax discendente. No.

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