un sabato gitano

Gitano perchè zingaro,

gitano perchè libero,

gitano perchè strano e diverso,

gitano perchè favolosamente musicale.

Leggetemi, se volete, ascoltando la musica migliore per queste parole: Gigolò nella cover di Dalla e De Gregori.

Partita alle undici meno dieci nella fitta nebbia padana, mi son trovata in mezzo al passo del Turchino a scoprire, oltre al mare, un sole brillante di fronte a me, verso l’occasum ponentino. E qui, le citazioni heiddeggeriane si sprecherebbero, ma ve le lascio inventare.

Seduta all’aperto in un chiosco sul mare ho respirato l’aria buona della libertà, scolato una birretta e scritto per un paio d’ore del mio meraviglioso argentino con cui mai potrò ballare, perchè non esiste nella realtà; ho chiacchierato con intensità e vigore con una amica grande, grande in tanti sensi, molto più del futuro che del passato, e poi sono volata a Sant’Agata nelle braccia dell’altra mia sorella non di sangue ma di spirito.

Prosecco, salame e patatine, ad accompagnarci tra una parola, una risata e una riflessione. Cara Federica, quanti pomeriggi vorrei passare così, solo potessimo… E poi scendiamo dalle curve dell’impervia collina, con le nostre macchine bianche, lei che va, io che le sto, smargiassa, dietro. Smargiassa ancora, sì, almeno alla guida.

Mi aveva avvisato, la Fedona, che mi avrebbe portata in un posto incredibile, ma tutto immaginavo tranne che mi piacesse così tanto lo scenario.

A Oneglia si passeggia lungo il porto, e forse per voi che siete lì è normale, ma per me che arrivo dalla ghiacciata e magica Milano l’esperienza è sempre stupefacente. Sotto il portico siamo a braccetto, Donato ed io, a commentare le assurdità delle ultime settimane e le strane cose che ci capitano sotto gli occhi, poco più avanti Tony, sempre più brillante, che commenta che non mi ha mai vista coi jeans, e Federica, Vavvi ed Elena, l’encomiabile Skalla, che spettegolano allegramente.

Il locale è delizioso, e non ci sono molti altri aggettivi: si mangia bene, si beve bene, la maitre è una splendida bionda con l’accento francese che ci consiglia cosa mangiare.

Prosecco, prosecco a fiumi, come al solito, con le mie amiche dalla conversazione brillante e il bicchiere facile, e nei piatti direttamente il pregiato stoccafisso del locale, che profuma, scalda e accarezza il palato e i sensi.

Sul piccolo palco allestito vicino ai tavoli salgono quattro ragazzi con l’aria di quelli che stanno per fare un gran numero e lo sanno benissimo. Contrabbasso, flauto traverso, percussione, chitarra, cappello, gilet, cravatta, camicia nera, testa pelata, occhiali e tanta, tanta, tanta buona musica. Non mi ricordo l’intero repertorio, perchè era così denso da assorbire i miei sensi ed annullare la mia attenzione, ricordo solo, forte forte, Fred Buscaglione che aleggia nell’aria e fa ridere e battere le mani.

Ricordo che ero in piedi e ho scoperto che dovunque mi trovi, se qualcuno suona Capossela, non riesco a stare ferma e ballo, come la mia Alice dei post migliori, ballo e strillicchio felice guardando la Skalla che, attonita, commenta di maltollerare la musica dal vivo.

Su “Tu vo’ fa l’americano” c’è da andare a recuperare Tony fuori dalla porta del locale, e lui non si tira indietro, no, a prendere il microfono in mano e regalarci voce e brillio, sorriso ed energia. No, non Tony, lui che è lo splendido.

E mentre Donato mi mostra le foto della sua settimana alle Canarie e io scuoto la testa al ritmo del fantastico gipsyswing italiano che stiamo ascoltando, ad un certo punto, stellare, divina, ecco comparire seduta al tavolo la Counts, col suo viso da Grace Kelly e il suo vestito mostruosamente corto.

Da un lato all’altro del tavolo è troppo difficile chiacchierare: esco a fumare. Son ferma, lì fuori, in cima alle scale, che guardo il mare di notte e le barche ormeggiate, e mi trovo a chiacchierare con un perfetto sconosciuto, con i capelli lunghi e brizzolati e le bretelle rosse, di come sia bello e profondo il mare (e che ci faccio io qui, che arrivo da Milano e sono sola?). Già, che meraviglia, essere me: io che ho trovato dentro tutta la forza che mi serviva per vivere. Per guidare da sola su quell’autostrada che so a memoria e volare qui, senza fare fatica, senza sentirmi strana.

Sara mi raggiunge all’ingresso, con la sua sigaretta e il suo bicchiere, e Branduardi, con le bretelle rosse e un improvviso sorriso smagliante, si alza a parlare con lei. Del resto, come resistere al fascino delle domande della Counts, stupefacenti nella loro beata e stolida innocenza, nitide e lucide quasi come i suoi occhi.

Lei è una giornalista, lui è un commercialista con una vocazione imprenditoriale da gestore di locali pubblici, Chiara, dice la Counts… Chiara è una Bocconiana ed è una scrittrice. Lui mi guarda perplesso: “Non è possibile: o sei una Bocconiana o sei una scrittrice”.

Eh già, forse ha ragione lui. Io sono una scrittrice.

Dentro il locale la musica imperversa trascinante. Federica e Tony ballano abbracciati sulle note di qualcosa che potrebbe anche essere Sinatra, ma non ricordo, e guardare il loro amore stampato nei sorrisi e nello sguardo è trascinante e commovente.

Siedo a tavola, il telefono è lontano, Tony mi parla di quello che mi merito e di quello che non, e di tutti questi uomini che non capiscono un tubo, io mangio la meringa con le mani e mi lecco le dita senza ritegno, Federica mi guarda fissa e in due secondi sotto le lenti dei miei occhiali scendono lacrime calde e grosse: qualcuno ha avuto la brillante idea di suonare una meravigliosa reinterpretazione swing di “Roma nun fa’ la stupida stasera” e stavolta non mi crolla il mondo addosso, ma i ricordi tornano su tiepidi e sereni, anche perchè la musica non è triste e il ritmo è forte, proprio come me.

Il cantante, sorridente, chiama la maitre, cantante parigina d’occasione, a intonare “La Vie en Rose” e promette ad alta voce che non mi farà piangere di nuovo. Poco dopo, è la Counts che ci dà la grande soddisfazione di farci strappare i capelli e fare il tifo mentre canta “Nel blu dipinto di blu” e non sa le parole, ma l’intero ristorante la accompagna nella sua strabiliante esibizione di bellezza, intonazione e disorganizzazione esistenziale.

La serata volge al termine, amaro, sambuca, un altro amaro, un’altra sambuca, un tavolo pieno di bicchieri vuoti e sorrisi vacui…

“Fermati qui, tu che sei l’unica che non ha voluto cantare con me…”

“Eh, io sono stonata come una campana!”

Chiacchiero un po’ col mio nuovo amico musicista, spero di riuscire a farlo venire a suonare sui Navigli, esprimo, temo, tutto il mio incredibile ed alcolico entusiasmo in poche, stupide parole sconclusionate, ma chissenefrega, come direbbe Alice, stasera sono contentissima.

Una e venti, i miei amici tornano a casa. Io ho una cosa da fare, ma non ce la faccio a farla, supera le mie capacità di gestione del rischio.

Con “Roma nun fa’ la stupida stasera” che ancora riecheggia in fondo al cuore, e mi ricorda come sia difficile essere felice, se uno è fatto come me, sparo “Lunàtico” dei Gotan Project a palla, sto dieci minuti a guardare il mare, sento forte il bisogno del mio letto, della mia casa, del mio amato (e finalmente mio) luogo sicuro.

Mi guardo addosso, mi trovo sveglia e lucida.

Il pieno di benzina alle due di notte al distributore accanto all’argine dell’Impero, il tango elettronico che suona a tutto volume e le curve di Celle Ligure verso il ritorno.

La mia vita, i miei sogni, la mia forza, la mia libertà, li metto tutti in questo viaggio verso casa.

Alle quattro e venti, con la nebbia fitta e la brina che ha ghiacciato e sembra neve, metto la chiave nella toppa a Ground Zero. Il telefono suona: è Anna. “Ti ho sentita rientrare. Bentornata. Questa è casa”.

Tutto qui, tutto vero. Questa è casa. Nella mia vita gitana, con il mio umore da swing, questa è vita, questa è casa.

3 commenti su “un sabato gitano”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *