eppure sentire

Stamattina, in cucina, suonava più forte del solito “La differenza tra me e te…”, che Alice ascolta e riascolta da giorni, e non l’aveva nemmeno scelta lei.

“Poi mi chiedi come sto, e il tuo sorriso spegne i tormenti e le domande, a stare bene, a stare male, a torturarmi, a chiedermi perchè…”

Già, perchè?

Alice siede sul divano, gambe incrociate e testa nelle mani, cabernet sauvignon e capelli soffici. Se la spaccherebbe quella testa, se ne avesse il coraggio. Si era dimenticata cosa significasse sfarfallare. E adesso che sfarfalla, rivede scorrere anni e mesi in pochi secondi davanti agli occhi chiusi.

Pochi aggettivi per raccontare, stavolta forse bastano i verbi, o i ricordi di certe cene e attese.

La cena da Acqua e Farina, tre anni orsono, con un regalo di compleanno, un jeans e una camicia, una passione accesa per chi le avrebbe succhiato il sangue per nutrirsene.

La cena nella mansardina arancione, con una spalla scoperta e il brivido dell’attesa di una cosa calcolata e ben riuscita, talmente azzeccata da non poter mai funzionare.

La cena al Blitz, sempre in jeans e camicia, attrazione trattenuta, baci non dati e una storia che non comincerà mai.

E poi la cena sui navigli, nel ristorante sbagliato, pieno di coppie brutte e senza dolce al pistacchio, la conversazione che scorre tra le dita che non si toccano, e tutte, ma proprio tutte, le parole… dette con le parole giuste.

E i punti di sospensione. Che lei non usa quasi mai e invece stavolta ci stanno così bene.

Quanta acqua sotto i ponti, quanti ricordi che si affollano nella mente, aggrovigliati, quanti pensieri confusi che insistono sulla stessa canzone, incessanti, impietosi.

Dopo il tradimento, la passione, la forza viva e travolgente dei viaggi in autostrada verso il mare, dopo l’aridità, le parole scontate, le lettere senza risposta, le bugie, il fango, la violenza, dopo tutto c’è solo l’iceberg.

Una Alice bellissima, fredda e distaccata, disinteressata a tutto. Una Alice diventata calcolo e ragione, passione senza controllo nè indirizzo, casuale, spostata, in un perfetto equilibrio omeostatico nel niente liquido.

Splendida ed algida come un piano di granito, si era dimenticata del battito del cuore e del rossore di gote, della timidezza sfrontata e delle farfalle nello stomaco. Che non si son più viste dopo quella festa dell’Alub nell’edificio N.

E adesso, di colpo, eccole lì: lei seduta sul divano e tutte quelle emozioni sparse sul tappeto.

La qualità della vita, la conversazione inceppata dal silenzio della paura, il ballo liscio alle sagre, un bacio nella nebbia. Ascensore o scale? Ascensore. Gli occhi rossi della stanchezza, le labbra schiuse e le carezze delicate, due canzoni di Vecchioni e una donna che non scrive più lettere d’amore perchè nessuno le risponde, l’abbandono sul petto, il pigiama impigliato nel piumone, l’acqua sul comodino, il sonno agitato e il corpo contorto. Il risveglio quasi sorpreso, una corsa in macchina verso Lambrate, una pacca sul sedere, sbagliare strada per distrazione, le orecchie grandi dei nonni e quelle dei principi azzurri, un binario da non raggiungere.
E poi? Basta treni o troppi treni? O un treno che passa e rischi di non salirci perchè hai troppa, sensatissima, paura di farlo?

Alice con le unghie corti e i capelli alla Crepax che guarda la due punto zero e si chiede se quella che vede sia davvero la release successiva.

Alice che oggi ha incontrato per caso Francesco, e lo sguardo con gli occhi d’oro non c’era più. Alice che i ricordi sono diventati trapassato remoto e che si è completamente dimenticata di essere sensuale e stava seduta come un maschio in sala riunioni, Alice che non è vero che non gliene importa niente di niente e che si ritrova a rimbalzare messaggi vagamente allusivi e a pensare a cose strane come chiedersi se mai sarà madre.

C’è un profumo buono sul cuscino, e un’amica grande all’altro capo del telefono, c’è un vago desiderio di tranquillitè in stile Chocolat, come se soffiasse infine ancora il Vento del Nord, c’è il panico di quel che non controlla e non capisce.

C’è la paura enorme dopo un matrimonio e una simil convivenza andati a puttane, c’è la voglia, fortissima, di spingere questa emozione lontano lontano e ritornare iceberg. Solo che è come quando ha rotto il guscio e le schegge ferivano forte: una volta che hai messo la testa fuori, che hai preso la pillola rossa, non ci torni indietro.

Un tarlo è un tarlo. Ma un tarlo è dannoso.

Non ci si muove, per un tarlo. Alice rimane ferma immobile, non dice, non esprime, non chiede. Ha solo paura. Non si muove più, perchè l’hanno allenata a non fare niente, se non è richiesto. L’hanno allenata a non dire, a non reagire, a non sognare.

E se invece questo fosse “eppure sentire”? Sarebbe “a un passo dal possibile, a un passo da te, paura di decidere, paura di me.”

E per finire, nella gran confusione che ha nella testa, Alice scola l’ultimo sorso di cabernet prima di salire da Annie e cambiare discorso, spegne la sigaretta che non doveva comprare, siede per terra, tace e piano sorride. Come nei suoi vecchi amati Trantadue Capoversi. E ascolta “la differenza tra me e te”:

“E se la mia vita ogni tanto azzerasse
L’inutilità di queste insicurezze
Non te lo direi.
Ma se un bel giorno affacciandomi alla vita
Tutta la tristezza fosse già finita
Io verrei da te.”

E pensa sia bellissimo. Lei lo pensa davvero.

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