Le cose belle del duemilaundici

Forse non ci troverete niente di noto in questo post, forse qualcuno di voi ci si ritroverà, forse, magari, davvero, qualcuno non ci si leggerà… ma le cose belle del duemilaundici ci sono e sono tante.

E questa è la colonna sonora: certe notti.

C’è una cena al Blitz e un giro in Smart nella notte, un cappuccio blu e l’attrazione trattenuta nel battito del cuore.

C’è quella sera che sono andata a vedere Vallanzaska e non ho avuto paura.

Ci  sono foto magiche di una me che non conoscevo, intense, sincere, vive e in bianco e nero. C’è l’immagine bellissima delle mie labbra e delle mie dita, che ricorda lo stupore segreto di un bacio improvviso, quasi rubato, che mi ha mandata sulla luna.

C’è Alice, che è nata e rinata ascoltandomi e guardando i visi delle persone intorno a me.

Il club dell’oroscopo e le incredibili amiche che conosco bene senza averle mai viste dal vivo.

Ci sono le parole di Raw e le ore passate a leggere e farsi domande, a guardare le stelle nel freddo e chiedermi se davvero stessi sbagliando tutto.

Ricordo i fine settimana invernali al mare, e la passione forte con le amiche calde di un’estate matta che sono diventate quelle di una vita.

C’è il professore matto e l’immensa fatica di alzarmi alle quattro di mattina per gestire con successo e tacchi rossi un evento in webstreaming, poi la telefonata in cui mi son sentita dire: ‘Pacilli è venuto con la sua dottoressa ma io non avevo la mia, con te sarebbe stato tutto meglio’.

Ricordo l’addio al nubilato a cui, stupidamente, non ho partecipato, e il più bel messaggio in segreteria che mi abbiano mai lasciato.

C’è uno splendido matrimonio, la pioggia, il sole e il mio vestito rosso fiammante. Una mattina dal parrucchiere con mia sorella, una volata in macchina con i piedi fuori dal finestrino e ettolitri di Cesarini Sforza.

C’è una notte a Milano Due, col prosecco, la pizza e la passione furiosa.

C’è la cena da Acqua e Farina, per cui ho dovuto litigare tanto, che mi ha lasciato dentro al cuore lo stupore della bellezza e  dell’innata concretezza dell’amore vero.

Ci sono mesi e mesi di lavoro intenso e appassionato per costruire un software che funzioni e far andare bene un contratto importante. Ci sono le persone con cui ho avuto la grande fortuna di lavorare: Omar, Andrea, Rossana, Marco.

C’è la fiducia del Capo e i segreti che ha avuto il coraggio di condividere con me, la speranza, l’attesa, la fatica, la paura e il sangue freddo.

Ci sono tutti quelli che si sono messi nelle mie mani e si sono fidati di me, e i piccoli grandi risultati che con dedizione e tenacia sono riuscita ad ottenere.

Ci sono le persone che ho fatto assumere e quelle che ho dovuto licenziare, la strana inspiegabile stima di questi e di quelli; i CV che ho letto e corretto, le persone che ho aiutato a muoversi da un lavoro ad un altro.

Ricordo le lunghe telefonate estive con Alberto, che mi ripeteva con il suo assurdo rigore costante: ‘che cazzo stai facendo’ e aveva, come sempre, ragione. Quel pomeriggio alle Rocce di Pinamare con Stefania e la sensazione, fortissima, di avere una grande amica. Le lunghe telefonate con la Fede, i libri condivisi, le sigarette fumate al telefono a 300 km di distanza.

C’è Matteo che vuole annullare il matrimonio e io che penso che mi sembra impossibile, ma che forse è giusto che io lo lasci volare via lontano da me.

Ci sono gli inventari, i modelli di monitoring, le query sul codice, i pareri professionali e gli accordi sindacali, una due diligence che magari non serve a niente ma che ho avuto l’onore di poter redigere col mio solo cervello.

Ricordo Anna che mi guarda negli occhi e piange al posto mio nel darmi la notizia più brutta dell’anno, liberandomi dal fango e dal giogo.

Ci sono le sorelle liguri che mi hanno accolta, abbracciata e tenuta stretta forte quando piangevo, le telefonate notturne con la mia Sisa, e quella cena a casa con Sara, tre bottiglie e due curricula da riscrivere.

La prima festa a cui mi hanno trascinata controvoglia e ho scoperto con gioia che sono ancora viva e mi piace il Jack Daniel’s. La mia bellissima casa nuova piena di colori, emozione e magia, le persone che entrano, quelle che passano, quelle che rimangono.

C’è la linea sottile tra baciare e mangiare, e quella ancora più sottile tra star ferma e subire. E ci sono le mail di Silvia, che suffragano la tesi che io sia molto meglio di quel che si crede.

Ci sono tutte le persone che, pensando a me, hanno deciso di regalarmi un libro.

Ci sono le diecimila parole che ho scritto sul Guscio, i miei quattrocento lettori più uno, le settanta pagine del ‘tango a budapest’ e il sogno che perseguo di farlo diventare un libro. Ci sono, a maggior ragione, le critiche dure e incoraggianti del mio fratello gemello con l’ascendente diverso e il cuore consonante.

C’è Anna, con la fatica che fa a non sognare troppo, il calore confortante che mi regala ogni giorno, la solidarietà fraterna ed incondizionata che abbiamo conquistato, e nostre serate e colazioni immaginifiche.

Ci sono le risate con Occhiverdi e la fiammella azzurra del gas che funziona, un sogno durato qualche ora che mi ha fatto sentire che il mio cuore non è chiuso, almeno non del tutto.

C’è quella passeggiata sull’argine con Barbara, l’età che non conta, il desiderio di crescere sempre migliore.

C’è Pietro, capitato inaspettatamente tra capo e collo, che mi ha regalato emozione, passione, musica e parole. E Andrès, soprattutto.

C’è quell’aperitivo specialissimo e non irripetibile con Luciano, l’aria da intellettuali e la semplicità dell’Inferno valtellinese, la notte che scorre sotto le ruote della Smart e la serenità che si propone irriverente al mio sonno mai stabile.

C’é la bachata con Stefano, e il coraggio ritrovato di mettere le scarpe da ballo anche se sono priva di tecnica, perché sono ricca di ritmo.

Ci han concesso solo una vita, e la mia, raccontata così, che sembra bellissima.

Ci sono Sofia e Giulia, le cene delle galline, i campi da beach volley, le sigarette sul balcone insieme alle confessioni, i libri depositati sul divano.

C’è la risata di Andrea, fortissima ed indimenticabile, il rugby, la birra e la mail più bella che abbia mai ricevuto.

Ci sono i Gotan Project che mi perforano il cervello, le righe che ho improvvisato su Andrès, la mia totale incapacità di innamorarmi del bell’argentino che non esiste.

Il Porto, Lo Zacapa, le innumerevoli bottiglie di Prosecco.

Si viene e si va, di umana commedia, che c’è chi la scrive e c’é chi vive e va… ed io ho la fortuna di fare l’una e l’altra cosa.

Lascio al futuro i prossimi sette giorni del duemilaundici, e già so che saranno così densi da meritare un post da solo, lascio al futuro i sorrisi delle sorelle liguri, l’abbraccio con Barbara, le ore con Stefania ad ‘imbastirci’ di chiacchiere, silenzi e paranoie costruttive. Lascio al futuro i ricordi brutti che se ne andranno, le conversazioni col mio profondo padre, le notti a scrivere, le ore sulla mia splendida Audi a guidare col cambio manuale.

Lascio al futuro i sogni, tengo al presente il sorriso e la gioia semplice di aver scritto queste righe e aver pensato a voi, che tanto amo.

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