La cena delle galline

Come nel migliore film di Ettore Scola, vi ricordo, stasera, prima di andare a dormire, sorelle e nuovi incontri.

Sgrammaticata come posso essere dopo 5 bottiglie di rosso e un numero imprecisato di giri di crema di whisky, vi ricordo e sorrido, mentre ascolto “la differenza tra me e te”.

Sì, perché  tutte donne, vero, eppure così diversamente evidenti.

Mi siedo sul divano a Ground Zero e  fumo, mentre sento i piedi di Anna che tallonano sulla mia testa e ricordo le vostre espressioni, i sorrisi e le domande.

C’è l’enorme ricchezza e quella strana curiosità femminile concentrata attorno ad un tavolo, a raccontarci con libertà ed esitazione i nostri segreti abitudinari eppure profondi.

La fiera dell’ovvio, del già detto tra alcune di noi, i segreti, qualche lacrima trattenuta e certe risate incontenibili, l’abitudine e l’attitudine, e tutte quelle cose che ci diciamo solo se siamo tra noi.

C’è che alcune di voi sono le mie sorelle, come Giulia, altre che sono mirabili sconosciute che mi hanno interpellata direttamente e senza freni, come Silvia, coi riccioli selvaggi o Claudia, con gli occhi che profumano di mare caldo.

Bevo acqua, per diluire l’intensità che mi strema, per non pensare alle lacrime che vorrei lasciar andare, bevo acqua per non avere paura di quella parola di cui non temete la definizione: single. Non single single.

Penso alle innumerevoli definizioni che abbiamo dato della turca e del bacio tantrico, alle risate pure e quelle un po’ forzate, a quelle cose che, per forza o per amore, ci siamo dette, dall’amore all’evasione fiscale, passando per la mia passione per la schiena del Macca.

La differenza tra me e voi non c’è: siamo affette tutte da quella strana ed inguaribile speranza nel futuro, che siano i libri o i rossetti e le mutande a dircela.

Ci piace sorridere di come siamo e trovarci tra noi e raccontarcelo.

Svelare un segreto torbido, fumare una sigaretta sul balcone, contare chi di noi ha ‘avuto’ più uomini e poi chiederci il senso del verbo avere. Ausiliare, appunto.

Un libro sul divano, una carezza al mio gatto, una dedica inattesa, un sorriso sincero.

Il rosso nel calice, e quello rotto sul pavimento del balcone, il fidanzato che chiama ogni mezz’ora e quello che non chiama mai, le calze autoreggenti e i leggins, le all stars e i tacchi dodici, il riso nero e le torte piene di burro.

Noi, le donne noi, il sesso fragile, dicono.

Non l’ho capito fino in fondo, ma penso sia bellissimo.

4 commenti su “La cena delle galline”

  1. nel “giardino delle fate” c’è chi cerca di cancellare ogni traccia visiva del passaggio delle galline, riordinando casa per trovare il calore di sempre prima di andare a nanna; c’è chi scrive di getto emozioni, ilarità, lacrime e colori per riordinare una moltitudine di pensieri che affollano cuore e mente.
    … due fate diverse ma entrambe grate dell’affetto di tutte voi.
    An

  2. “contare chi di noi ha ‘avuto’ più uomini e poi chiederci il senso del verbo avere.”
    Complimenti per questa frase, attorno ad una sola parola (avere) hai racchiuso un mondo di riflessioni.
    Un giorno ci scriverai che significa per te aver avuto uomini?

    Complimenti ancora.

    Peer Gynt,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *