del bachatango

Resisto a non fumare, assaggio cioccolata e sorseggio il fondo della bottiglia di Ripasso.

Con una presa forte sulla nuca, mi scompiglio i capelli sulla testa e faccio suonare, di nuovo, la canzone di questa sera, che è la colonna sonora perfetta, per questo post, da cliccare qui.

Non fumo e cerco di lasciar fondere immagini e emozioni che su questo sound si sposano perfettamente. C’è quella schiena liscia e lunga, quelle spalle ampie e forti, l’urlo del vichingo e lo sguardo celeste e feroce. Ci sono quelle parole possenti come sberle sulle guance, che parlano del mio coraggio e della mia forza prima che della mia bellezza, c’è questo bandoneon che suona a tratti. Ci sono le braccia larghe e sicure di un ballerino nella notte, trascinato dal ritmo innato della bachata. Ma stasera, qui con me, suona una cosa strana, che qualcuno ha chiamato bachatango, per stupirmi e farmi impazzire.

C’è il ricordo di me con gli occhi chiusi, completamente abbandonata nelle braccia del mio cavaliere, che non ho nessun bisogno di pensare o di contare i passi per sapere dove sono o dove devo andare. C’è l’intensità di questa musica che sale, i passi che si fanno più stretti, i piedi che rimangono sul posto mentre il bacino ondeggia sul ritmo. Le ginocchia che si piegano, le terra che tira verso il basso, il busto fermo e le spalle che si spostano a destra e sinistra, scattanti, robotiche, eppure terribilmente a tempo. I visi vicini, le teste appoggiate, la mia mano sinistra sulla sua spalla e quella destra arroccata al collo, che accarezza e si sostiene assieme. C’è questa musica densa e ritmica, ovvia eppure incredibile, se vissuta dentro la danza. Il tempo, il senso del canone, la reiterazione del moto che diventa sorriso e magia.

Volano, in questi minuti, i giorni in cui mi sono chiesta che donna fossi.

Questa sono. Una che si attorciglia sul suo ballerino fino a stringerlo dentro le viscere, sollevando con malizia e grazia il piede sinistro lì dove dovrei fare un tap, con le mie scarpe birichine e i miei polsi sottili aggrappati a lui. Con le ossa lunghe e i muscoli forti, che mi tengo a me stessa e mi appoggio solo se chiudo gli occhi. Che ieri sera gli occhi li ho chiusi, eccome, prima di volare come una libellula.

Che bevo vino seduta a terra, sul tappeto, ascoltando tango elettronico nella posa del loto, danzando col solo movimento del busto e le braccia in posizione di ballo.

Che leggo e rileggo quelle righe, e poi chiudo gli occhi e ricordo la bachata, e poi reclino la testa e sorrido e penso a quella schiena solida e a quegli occhi pieni di mare in tempesta.

E le mie domande trovano una risposta in questi suoni ridondanti e semplici, ripetuti con ansia e trepidante attesa, come il crescendo di un amplesso, l’accelerazione del desiderio, la sosta improvvisa della diffidenza reciproca, della protezione del sè, questo è il mio spazio e quello è il tuo spazio.

Il bachatango finisce esattamente come inizia, su un tempo stabile e un ritmo noioso che appassiona i cuori accesi, ti lascia atrocemente solo, senza bandoneon nè cavaliere, al lato della pista, a chiederti se quel corpo da kouros che saltava l’hai visto davvero, quelle frasi travolgenti le hai lette davvero, quelle bachate ad occhi chiusi ieri notte, tra un viaggio in macchina e una mozzarella, le hai ballate davvero.

Se la vita scorre, strana eppur fortissima, dentro le vene davvero.

Con la colonna sonora tratta dall’album Lunàtico dei Gotan Project, perfetta per me stasera, mi alzo, appoggio lo sterno alla porta e provo a ricordare intimamente la sensazione meravigliosa e fortissima della milonga.

2 commenti su “del bachatango”

  1. condensi giorni ore minuti come un fermo immagine e poi distribuisci su un foglio le emozioni come i colori su una tela … gran dipinto.

    a tratti già si vede la scrittrice che stra trovando la sua via… forza Chi!

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