un caffè speciale

ecce colonna sonora del post!

In un martedì isterico di questo autunno improbabile, il sole traccheggia timido dietro la nebbia padana fuori dalla finestra del primo piano del civico 9D.

Alice scorrazza veloce a passo di mambo tra il trucco e gli anelli, il bagno e la camera, in una casa dove non c’è internet, mancano il gas e l’acqua in cucina e la parete verde acido ha clamorose sbavature al confine col soffitto. Un ting sul vetro del cellulare l’avvisa che è arrivata una mail: “Vestiti, sta arrivando l’idraulico” telegrafa Annie, dal piano di sopra.

*Vestiti?? Penserai mica che gli apra la porta in biancheria e calze?*

Solo che l’idraulico non è un idraulico, anzi. Pare che sia il geometra del cantiere a dir la verità, ma tutto ciò che vede Alice è un angelo alto e solido con gli occhi verdi e un sorriso largo e accogliente, e lei rimane lì, un po’ stolida, a guardarlo fissa chiedendosi quale segno della provvidenza sia un ragazzo così bello in giro per casa alle otto di mattina.

L’angelo del rubinetto ha un nome difficile da dimenticare (ma proprio Matteo dovevi chiamarti?) e un numero di telefono, modi da gentleman e voce da swing. L’angelo con gli occhi verdi prende, smanetta, va, viene, risolve, e come è venuto scompare, lasciando dietro di sè il muto stupore di una scrittrice inetta ad ogni tipo di lavoro manuale che non sa la differenza tra la canapa e il teflon.

Passano i giorni, ma ci sono numeri di telefono e SMS a far da sottofondo ad una settimana di viaggi in macchina, lavori interrotti, router scomparsi nella rete e team building da organizzare.

Il gas è un problema di secondo ordine, se ci sono un forno e un lavandino, ma per fortuna l’azienda distributrice si sveglia e decide di mandare qualcuno ad installare il contatore. Di nuovo, di martedì. Che sia un giorno fortunato?

Occhiverdi, l’angelo del rubinetto, si presenta sulla soglia di Ground Zero col desiderio di un caffè e la soluzione per il problema della luce della cantina, un sorriso smagliante e le istruzioni per il tubo del gas: corrugato per uso domestico, maschio/femmina, lunghezza un metro e cinquanta per essere prudenti.

“Torno domani mattina e te lo collego, poi chiamiamo l’idraulico per la certificazione e tu mi offri un caffè” sostiene, rassicurante. “Passa una buona giornata”. Così Alice si passa una serata a preparare dieci caffè per rinverdire il sapore della macchina da espresso ferma da almeno due anni, ustionandosi clamorosamente la mano destra.

L’indomani Alice ha la solita riunione nel centro della mattinata, cento cose da fare, una minigonna ascellare e quelle parigine piene di significato che spuntano dallo stivale, la pelle della mano viola e gonfia e un dolore atroce che sarà lenito solo dal Foille.

Occhiverdi piomba in casa alle otto e un quarto ed in men che non si dica è senza giacca e cappello, steso per terra davanti alla cucina a cercare invano di trasformare un tubo di un metro e mezzo in uno da due. Con un corpo lungo e flessibile e la competenza necessaria per capire che il tubo non arriverà mai a destinazione, le dice: “Me la dai una mano? Vedi se riesci a raggiungere il tubo che spunta da quel lato?”.

*Beata innocenza, avrai notato che ho la minigonna?* Mica lo dice, Alice. Lo pensa e basta, con quel mezzo sorriso scemo delle gatte d’autunno.

Alice esita, perplessa e divertita dal paradosso, poi si avvicina al mobile e commenta: “Eh… vestita così non so se è il caso!”. Occhiverdi la guarda sicuro dal pavimento e risponde “Non ti preoccupare, non guardo” e in men che non si dica comincia una partita di Twister tra il mobile del piano cottura, il tubo del gas, le caviglie di lei e le braccia di lui.

Un brivido lungo la schiena, due risate irrefrenabili e il tubo, soprattutto, visto che è troppo corto.

“Vai a cambiarlo, ci vediamo oggi alle quattro e finiamo ‘sto lavoro, così finalmente puoi offrirmi un caffè.”

Già.

*Il caffè te lo farei con la Pavoni, che è elettrica, se non fosse che viene cattivo e che ho una mano carbonizzata.*

Durante il giorno il telefono suona, più e più volte, tra messaggini allusivi e battutine scherzose su un incontro davvero poco probabile.

Alle cinque meno un quarto sono di nuovo lì, lui rannicchiato sotto il lavandino e lei coi piedi nudi e i jeans che si aggira, inutile, cercando di essere utile. Avvita, svita, tira, fai uscire l’aria dai tubi. Accendi il gas, stai attento a non scottarti anche tu, il gas che non arriva, il piano cottura che scoppietta. Poi, finalmente, una fiammella blu.

*Il metano ci dà una mano, no?*

Occhiverdi non molla, controlla tutto, non si sa mai. Niente bolle, niente perdite, i fuochi funzionano tutti.

*Sigh, adesso se ne va… *

Ma lui vuole il suo caffè.

“Posso fumare una sigaretta?”

“Oh cielo, anche due.” E Occhiverdi non se lo fa ripetere due volte, e due ne fuma.

Si siede, si alza, la guarda, le passa vicino, troppo vicino, un paio di volte. Fa domande, racconta cose, guarda i CD e i titoli dei libri sul mobile bianco.

*Per fortuna, si è fermato sul mio scaffale preferito.”

L’unica cretina al mondo che si preoccupa di quale selezione di libri può valutare il geometra del cantiere è lì, stazionaria e sorridente, in mezzo al casino totale di una Ground Zero appena abitata.

La Pavoni sbuffa, le bustine di zucchero di canna comprate apposta spuntano opportune dalla credenza, le tazzine sono calde.

Ma il caffè fa davvero schifo. Una macchina da espresso ferma per due anni deve fare almeno trenta caffè prima di regalarne uno decente. E questo è forse l’undecimo.

Lui lo beve, disgustato ma collaborativo, poi si risiede e accende un’altra sigaretta. Alice si appallottola sul divano moka e lo ascolta raccontare di campionati di atletica leggera, Fiona May e partite di pallone in seconda categoria.

Lo guarda e si chiede perchè le debbano capitare in contemporanea la sfacciata fortuna di un ragazzo così bello in giro per casa e il fatto che sia tanto un bravo ragazzo, noiosamente fidanzato ed anche troppo giovane.

Lui tentenna, lei lo mette cordialmente alla porta con un bacio sulla guancia. Che bella pelle scura e morbida, però.

Lasciare andare Occhiverdi e averne già nostalgia, *tu, che se fossi come me ascolteresti jazz, restare assieme poi per scrivere un refrain… e tutta notte così, goderci questo swing*.

Sono le sei e venti e sembra che in casa sia appena passato il vento del Nord. Un disordine galattico, la scia di odore di buono di uno che ha lavorato tutto il giorno ma profuma ancora, il sorriso della stregatta che aleggia nell’aria.

Alice si siede sconsolata sul tappeto arancione a telefonare ad Annie, assaporando sulla punta della lingua quei cinque baci che avrebbe dato ad un perfetto sconosciuto che incarna il kouros tanto utile in un momento così.

Ecco il suono sul vetro dell’iPhone e un messaggio dolcissimo visualizzato sul display: “Mi raccomando, chiudi il rubinetto del gas, se no mi preoccupo e non ci dormo, stanotte”.

*Buonanotte, Occhiverdi, che hai portato un sorriso nella mia settimana.*

Penso a te ascoltando gran jazz, e ti vorrei dire che mi hai strappato sorrisi e fatto fare pensieri che non ricordavo più. Buonanotte Occhiverdi e mannaggia a te che domattina ti presenterai alla mia porta a chiedere un caffè cattivo e portare un idraulico vero e non mi bacerai. Buonanotte, Occhiverdi, e dormici su, che il rubinetto del gas l’ho chiuso e che sono una davvero pericolosa, come dice il dottor bollore. Ma grazie di avermi regalato questa stupida settimana da raccontare e una partita a Twister che ha rallegrato la mia giornata.

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