A proposito de “Le prime luci del mattino”

*** da ascoltare nell’incenso della casa di Alice***

Le prime luci del mattino le vedo ogni giorno, da quando sono diventata ancora più insonne del solito e mi sveglio troppo presto. E allora penso. Delle volte leggo, ma ultimamente faccio fatica a trovare libri che abbiano voglia di farsi leggere.

Giovedì sera Sara mi ha regalato l’ultimo libro di Fabio Volo. L’ha letto, prima di regalarmelo, per essere sicura che finisse bene, stavolta. Dice che parla di me. E se uno legge le prime dieci pagine, senza alcun dubbio, è vero.

L’ho divorato come mio solito. Poi ne ho riletto dei pezzi. E ho imparato delle cose.

Ho imparato che Fabio Volo scrive parole troppo facili, per me. A me piacciono i rompicapo e le parole difficili, quelle concettose, ricche di sfumature, che riempiono la testa e fanno materializzare le emozioni.

Volo racconta una storia come la mia. Non la mia. Come direbbe Jacopo: un archetipo.

Quindi, un’altra cosa che ho imparato è che non sono sola, in questa follia. Non sono la prima, non sono l’ultima, non sono l’unica che è passata in quel cerchio di fuoco. Questo è talora desolante, perchè sentirsi l’unica alle volte fa sentire particolare; talora invece è consolante.

Ho imparato, leggendolo, che avrei dovuto scrivere di più. Essere più sincera, più profonda di così. Per quante parole possa aver detto, a Matteo, di noi ne ho scritte troppo poche. E le parole dette io le ricordo sempre poco e male. Avrei dovuto dire a lui, ma soprattutto a me, il male che sentivo. La frustrazione, la gabbia, l’insoddisfazione, la paura. L’unica consolazione che trovo è che ho parlato subito, presto, e che ho sempre detto tutto. Non ho lasciato che la disperazione cieca avesse il sopravvento. Io ci ho provato. Cazzo, se ci ho provato.

Anche nella mia Budapest, che magari un giorno leggerete, c’è troppo poco. Quando sarò pronta, magari anche oggi stesso, cercherò di mettere quelle emozioni in fila. Cercherò di spiegare, anche a mia madre, quella famosa verità che va cercando. Come ci si possa trovare, dopo sette anni di vita in comune, a non riconoscere alcuno degli spazi e dei ricordi. Come si possa realizzare, con violenza e dolore, di non essere mai stati se stessi.

Non è la presenza di un altro uomo che distrugge una relazione. Gli altri uomini si incontrano, alcuni provano a camminarti vicini, poi passano. Come i treni a vapore. Gli altri uomini ci sono, nella vita. Come le altre donne. Specie se sei bella. Ci sono quando non sei bella, figurati quando lo diventi.Ti incontrano, ti guardano, alcuni ti conoscono. Ci provano. Chi con più e chi con meno convinzione. Chi con più e chi con meno eleganza.

C’è chi racconta che non gli è mai capitato. Secondo me mente, o a noi o a se stesso. Dipende.

Mio padre me l’ha sempre detto che si incontrano altre persone, lungo la strada. Mi ha anche sempre detto che lui ha scelto lei e che questo è abbastanza. Credo ancora che abbia ragione. Ci voglio credere. Voglio credere che si possa camminare mano nella mano tutta la vita.

Ed è proprio credendoci che capisco cos’è successo. Che scegliamo le persone con cui dividere la vita, non ci capitano. E che se uno non è lucido, se non è sicuro, se non sa chi è, difficilmente sceglie la persona giusta.

A quei tempi io scelsi l’archetipo. L’uomo perfetto. Quello che tutti si aspettavano che io scegliessi. Uno intelligente come me, uno bravo, educato, gentile. Non avevo considerato il ruolo della noia, nè quello della gioia. Non avevo considerato il peso delle risate e della passione. Non avevo considerato me stessa. Avevo fatto solo l’ennesima scelta logica e sequenziale.

Non è passato un altro treno. Sono io che sono scesa dal mio, perchè andava nel posto sbagliato. Perchè mi portava ad essere triste, grassa, saccente e noiosa.

Io invece sono lunga e magra, sorridente e rompipalle. E difficilissima, da amare. No sono quella creatura accondiscente e adorabile per cui ho invano cercato di spacciarmi.

Torno al mio libro e vi racconto che narra una storia come tante. Di una infelice che prende una tranvata per uno solo, chiuso, e appassionante. Che si lascia trascinare, avvolgere, devastare. Solo che lo racconta con parole semplici e immagini triviali. Il sesso non c’è bisogno di raccontarlo, ma di viverlo. La passione non si racconta con le immagini, ma con le emozioni, secondo me.

Che poi di sessualità sia permeata l’identità, su questo non c’è dubbio.

Ma non scopri che sei donna per come ti prendono. Scopri che sei donna per come ti riesci a guardare dietro lo specchio. Se poi per questo servano anche le mani e gli occhi di un altro, se ci voglia per tutte uno sguardo dentro gli occhi d’oro, va bene. Si tratta di un mezzo esistenziale, non fisico. Non serve descrivere nel particolare le proprie azioni. Così si trasfomano in episodi sordidi e in immagini di facile fascino per un pubblico voyeurista e insoddisfatto. Non diventano concetti immateriali che arricchiscono e fanno sentire meno soli.

Leggendolo, all’inizio, mi sono sentita svelata. per qualche frase sparsa qua e là, di media intensità ma di forte presa scenica. Come quando lei dice “voglio bene alla donna che ero.” Ho pensato di invitare mia madre a leggerlo. Per capirmi. Per fortuna non l’ho fatto, perchè quella lì non sono io, anche se in tante espressioni della frustrazione infame e della magica scoperta di sè mi riconosco.

Preferisco cercare di spiegarglielo io, quando avrò trovato le parole, se mai, perchè ho dovuto necessariamente passare per tutto quel dolore per diventare me stessa. Per rendermi la giustizia che mi merito. Magari lei non mi capirà, ma questo non può più essere un mio problema.

Capisco, leggendo questo libro, che anche io ho scambiato Caronte per un compagno di viaggio.

Che poi, che brutta metafora, Caronte. Che traghettava le anime all’inferno. Dovrei trovarne una più bella, ma non mi viene.

C’è che io del mio Caronte mi sono perdutamente innamorata. E che non è che solo perchè non poteva essere il mio compagno di viaggio adesso io riesco a cancellare tutto.

No.

C’è stato un tempo senza promesse e senza futuro, in cui il mio traghettatore con gli occhi d’oro mi ha aiutata a crescere e divenire. E io stavo male, ma andava bene così.

Poi ha fatto un errore: ha detto di amarmi. E io gli ho creduto. È stato dopo Matteo, dopo Alberto. Dopo la solitudine della rivoluzione dei paradigmi.

È stato dopo. È quello che mi ha fregata. Perchè ero pronta. Ero io. Non mi riconoscevo bene, mi vedevo solo a tratti, avevo un’immagine di me indefinita. Ma ero io, anche se non tornavano nemmeno i miei trentadue capoversi, perchè erano immaturi. Erano solo l’inizio del mio autoritratto dietro lo specchio. Quel poco che riuscivo a sentire, di me.

Ho creduto. Ho sbagliato? A me pare di no, ma adesso sono un po’ confusa.

Ho imparato tante cose, molte più che dal libro di Volo.

Ho imparato ad ascoltarmi e a lasciarmi andare. A scegliere per me e non per altri. A dire di no a quello che non voglio.

Ho imparato a vivere da sola e provvedere a me stessa con amore e dedizione. A prendermi cura di me, oltre che a non risparmiarmi mai. A dire quello che penso, a fare quello che dico. A non punirmi, a non castrarmi, a non pensare in bianco e nero, zero o uno. A scrivere anche alla prima persona singolare.

Ho imparato che la mia vita non è un sudoku nè una partita di scacchi, e che per non tutto c’è una soluzione.

Essere la “uno punto zero” era più facile, ma era come avere i reumatismi. Fa male, non sai quando e non puoi farci niente.

Essere la “due punto zero” è infinitamente più difficile. Mi alzo ogni mattina e il mio orizzonte temporale è brevissimo. Non faccio piani, non prevedo eventi. Intuisco i miei desideri, assecondo le mie inclinazioni assennate e quelle meno, aspetto che passi la rapida. Se rapida dev’essere che sia. Qui e ora.

Ecco.

Amo ancora quel pazzo che non mi ama più. Un pezzo di me spera ancora che torni sui suoi passi.

I miei passi però, adesso, li faccio da sola, verso un altro luogo più sicuro e più mio. E di tutti quelli che mi passano accanto e mi sorridono mi accorgo, ma non mi sposto. Perchè nessuno di loro è per me, neanche per dieci minuti.

Tremo al pensiero di certe cose che mi capitano, come il mio travolgente e inusitato venerdì sera, perchè capisco che sono ricca e che va bene assecondare certi desideri, perchè fanno parte della strada per la felicità.

E allora va bene così. Facciamola questa strada per la felicità. Alice ed io.

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