in qualche modo, arrivederci

si viene e si va, cercandoci un senso, che poi alla fine il senso è tutto qua

Lunedì sera mi ha cercata Kati.
Lunedì sera mi ha cercata Kati e anche se è passato il tempo, e l’acqua sotto i ponti, e anche se le pagine si sono consumate e le cose sono cambiate e tutto scorre… anche se, anche se, anche se… mi sono ricordata di un posto che chiamavo casa.
C’era una volta un posto, e dicevamo che era in Zona 4, che era casa, lavoro, palestra e prigione. Un posto che era assieme accogliente e opprimente, che dava e pretendeva, che tratteneva, a volte per passione e a volte con le catene.

La DEDO. Ecco, l’ho scritto.
La DEDO, con tutte le maiuscole e neanche un punto.
La DEDO che nasce femmina, proprio come me. Che nasce senza struttura alle spalle, proprio come me. Venuta fuori per colpa di una stupida idea, o forse di un sogno. Una chimera? addirittura una nemesi?
Proprio come me.
Proprio come me che avevo 18 anni e mi sono trovata una sorella minore che non ride e non mangia, però drena tutte le risorse emotive ed economiche, si frega tutte le attenzioni e pretende anche le mie.

Ecco.
Mi hanno detto che la DEDO non c’è più.
L’ho saputo quasi per caso. Pensate che scherzo del destino.
Nella mia lingua tecnica possiamo parlare di messa in liquidazione, di procedura fallimentare, di scioglimento anticipato rispetto alle disposizioni statutarie.
E fino a che non mi ha chiamata Kati, queste sono le parole che ho pensato, anche se non le ho mai pronunciate. Fino a che non mi ha chiamata Kati tutto quello che avevo preconizzato nel mio perfetto stile da Cassandra è stato semplicemente l’effetto di una sequenza logica e ineluttabile di eventi.

Poi la telefonata. La voce. Tutto il passato che torna su in dieci secondi. E un pezzo di me che muore. Sul posto.

Capirete, sono abituata a elaborare lutti. Non è quello. Me ne sono andata di casa, ho superato da sola la separazione e l’ostracismo, non è la fine che mi spaventa. e’ che io lì dentro ci ho messo il cuore e la passione, la speranza e l’energia. E sapete che ne ho tanta.

Vi scrivo, stasera, perchè ne ho bisogno. Perchè mi sgorgano le lacrime dagli occhi e non riesco a fermarle, perchè nonostante il sistema e nonostante il dolore sento la mancanza del piccolo mondo antico e dell’utopia in cui abbiamo convissuto, anche un po’ per  raccontare il mio punto di vista e dire che non ho dimenticato nessuno.

Penso alla Carla, che si è trovata di colpo col piccolo genio che non sapeva allacciarsi le scarpe e doveva farle dal capo. Mi hanno presa, mi hanno messa lì, mi hanno detto: controlla. E non sapevo niente e meno capivo. Ma soprattutto ero un pessimo referente: non sapevo correggere, non sapevo redarguire. Ero solo brava a sistemare e coprire. Ci ho provato. Alla fine, forse, anche la Carletta lo sa, che non l’ho fatto apposta ad essere un disastro e che non volevo che lei fosse la mia cavia.
Mi hanno detto, col tempo, che sono diventata un grande capo. Qualcuno mi chiama Capo Spi. Non sono più il capo di nessuno, ma non si sa mai nella vita.

Penso alla Bea, che è arrivata e parlava solo lei. Che disegnava sul tabellone grande come il tavolo della sala riunioni. Che ha visto il “piano mensile” e si è messa le mani nei capelli. Penso alla pazienza con cui mi ha ascoltata, alla fiducia con cui ha creduto a quello che le dicevo. Al miracolo che ha fatto su se stessa imparando ad usare Excel.

Poi penso a Katarina, che è stata un soffio di vento e un raggio di sole. Kati, con la sua precisione e le sue resistenze, con quel bisogno profondo di studiare e capire, con quella pazienza certosina e ossessiva nel conoscere e correggere. Kati, e le notti a studiare, i giorni a scommettere, le cose che abbiamo imparato. Le gare che abbiamo vinto, ma soprattutto quelle che abbiamo perso.
Vicino a Kati ho corso qualche rischio, azzardato qualche botta di autonomia, combattuto le prime battaglie. Soprattutto, capito che potevo dare molto. Visto un bocciolo fiorire, un uccellino volare via dal nido e fare quella cosa stupenda di andare in Fondazione Cariplo. Chapeau. Avrei tanto voluto e mai avuto nemmeno il coraggio di pensarci, di osare.

Mi ricordo di Michele che prima parlava solo con mia madre e piano piano si è avvicinato anche noi. Il mio amico esploratore e creativo. Forse il peggior coordinatore che abbia conosciuto, in senso puramente operativo (e non te ne avere a male, ti prego), affetto da un odio feroce e da una repulsione genotipica per tutto quello che era concetto economico, matematica e logica. Eppure così vivace, così creativo e così vero.
E poi un giorno mi spiegherai come hai potuto rimanere vicino a loro e lontano da me solo perchè tutto quello che ho fatto sembra strano. Solo perchè la strada che ho preso, anche se imprevista, l’ho imboccata da resiliente e per salvarmi. E ci sono riuscita! Eccome!

Penso a Matteo, che se lo chiamavi educatore si incazzava perchè lui è un pedagogista. Chiedetemi scusa per quante volte avete dato dell’amministrativa a me che sono un economista.
Penso quante liti, incomprensioni, domande che non gli ho fatto, occasioni che non ci siamo dati. Possibilità che non ho esplorato perchè ero condizionata da quello che ci si aspettava da me.

Ci si aspettava che io governassi, nell’interesse di altri.
Ci si aspettava che io facessi rispettare l’ordine e il silenzio a cui io stessa faticavo a sottopormi.
Io rumorosa, disordinata, incostante: piazzata a fare il direttore amministrativo, il ministro senza portafoglio del paese dei balocchi, che però deve avere gli stessi soldi della Finivest da spendere.
Ci ho provato, lo sapete.

Ci ho provato quando ho detto che spendevamo i soldi, troppi e male, in cose non redditizie. Ci ho provato guardando in faccia le persone che sarebbero state le vittime delle mie proposte, se qualcuno mai mi avesse dato retta.
Ci ho provato. Ma poi guardavo i visi dei bambini poveri nel centro estivo da ricchi della scuola Meleri, e pensavo che quei soldi si dovevano trovare. Qualche volta (certo, non da sola) li ho anche trovati.

Mi ricordo Valerio, con la sua barba, i capelli lunghi, i modi dell’orco, il sorriso del sole. Mi ricordo la polemica e le risate. L’impossibilità strutturale di confliggere quando il modo è diverso ma l’obiettivo (e forse anche l’idea) è la stesso.
Mi ricordo la compassione con cui talora mi ha guardata, bloccata lì dov’ero, forse inutile, sicuramente impotente.
Mi ricordo Stefania, Giusi, Valentina, Manuela. E vi metto assieme solo perchè tra voi vi volete un bene della madonna e abbiamo fatto un sacco di feste, preso un sacco di sbronze, sorbito un sacco di energia assieme.

E mi viene in mente quel 20 maggio del 2007 alla Palazzina Liberty. in quel momento, per qualche ora, ho creduto che potesse funzionare. Che l’energia avrebbe fatto quello che il denaro non poteva. Quello che la ragione non poteva. Ho creduto che avrei potuto dare il mio contributo, per quanto piccolo e impalpabile. Che avremmo preso la mia capacità di mettere le cose in ordine, di immaginarle in fila, di trasformarle in atto. Che le avremmo fatte diventare speranza per quei bambini, lavoro per quelle donne. Che sarebbero state buone fottutissime prassi da replicare.
Non il frutto del mio delirio e della mia incapacità di vedere la realtà.

Di tutti voi, prima che alle mie “bambine”, il mio ricordo più intenso va a Sonia. Sonia che è arrivata, si è fatta un culo così a domicilio, e poi si è presentata in ufficio e con la massima tranquillità mi ha detto: insegnami ad accendere questo cazzo di computer. E ha imparato a scrivere in Italiano, a mandare email, a resettare il router, a fare le fatture. E mi ha insegnato a dire miercoles al posto di merda.

E adesso ditemi: perchè? Perchè?
Perchè io l’ho preconizzato. L’ho detto, urlato, scritto via email. Ma non è servito niente.
Ci ho messo l’anima, il sangue. Ci ho messo tutto quello che avevo e non ho chiesto molto in cambio. Ma non sono stata abbastanza brava, mi direbbero.
Invece no. Sono stata brava, solo che era impossibile fare meglio.

Volevo chiedere scusa per tutte le volte che ho alzato la voce e non avrei dovuto. Sono intemperante e iraconda.
Per tutte quelle volte che ho avuto una crisi isterica e ho rovinato tutto anzichè combattere fredda come sono bravissima a fare, se voglio. Avrei vinto. E non per me.
Per tutte le occasioni in cui qualcuno di voi è finito in mezzo al fuoco incrociato di un inutile e insolvibile conflitto famigliare di cui non avete nè colpa nè pena, e siete stati stupidamente coinvolti. Posso solo dirvi che dopo due anni di strizzacervelli (non offendetevi, è affettuoso) almeno questa cosa sono capace di dirla. è già qualcosa, no?

Volevo dirvi grazie, per tutte le cose che abbiamo fatto insieme. Per ogni minuto in cui qualcuno di voi mi ha fatta sentire che avevo un senso, che ero utile.

Volevo dire grazie, soprattutto, a tutte le persone, tra voi, che hanno avuto il coraggio di starmi vicine e di imparare da me (o con me), a loro rischio e pericolo.
Grazie, per tutte le cose che ho imparato e che hanno reso il mio CV una poltiglia inutilizzabile di sterminata competenza.
Grazie per tutte le volte che mi avete aiutata a credere che non ero pazza a seguire il mio intuito.
Grazie a Kati e a Manuela, perchè abbiamo espugnato le frontiere di Fondazione Cariplo e Vodafone.
Grazie a Valentina, per aver affrontato ( e gloriosamente vinto) la più grande sfida professionale che mi hanno costretta a fronteggiare.
Grazie a Sara, Giusi e Jessica, per tutto quello che avete imparato nonostante le condizioni oggettivamente avverse.

In particolare, e con tutta l’emozione che ho dentro, grazie a Sara, Valentina e Kati per avermi sempre detto che dovevo andare via, per avermi guardata  attraversare il cerchio di fuoco, per non avermi giudicata e per essere preoccupate, oggi, per me, che infatti vi scrivo questa lettera.
Grazie soprattutto perchè avete guardato me e non quella che volevano che fossi.

La DEDO non c’è più, ma quello che siamo stati, per quel tempo in cui lo siamo stati, e che abbiamo fatto insieme, quello a me non lo toglie proprio nessuno.

5 commenti su “in qualche modo, arrivederci”

  1. Io non c’ero, io non c’entro niente, eppure mia Dama, leggendoti, lascia che ti dica che tu sei la splendida conferma che un individuo non è solo il risultato della sommatoria dei giorni vissuti ma delle proprie esperienze, emozioni e passioni di cui il suo animo è il contenitore. Il Guscio.

  2. Cazzo! E di me nessun cazzuto ricordo?! Comunque è stata casa anche un po’ per me, e mi dispiace…ma dovrei scrivere quanto hai scritto tu e non ne ho voglia!

    Un bacione!

    Davide

    P,s. complimenti, mi hai emozionato, tanto!

    1. Ricordi per te ne ho tanti! Ma quello che ho più nitido e forte è quella massacrante domenica in palazzina liberty, e i sorrisi di quei bambini, e la fatica enorme e la soddisfazione incommensurabile di aver fatto una cosa così semplice eppure così bella.

      E poi, adesso te lo posso dire, eri il più bello di tutti! 🙂

  3. Pingback: ricordi dal not for profit – Il Diavolo veste Chiara

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