Il regista bisestile, il professore matto e l’effetto Larsen

ore 4.50 – suona la sveglia.

*Cazzo, è ora*. Alice si stropiccia gli occhi e si trascina allucinata verso la doccia.

Camicia bianca, scamiciato grigio e scarpe rosse, tacco dieci, più o meno.

*Di solito a quest’ora sono nella fase REM e stamattina sono in macchina. Ma chi me l’ha fatto fare?*. Il cielo è nero, la notte è fredda, le strade deserte, di macchine però, in tangenziale, ce n’è.

Musica in autoradio, per inaugurare una giornata da stregatta, con questa colonna sonora.

ore 5.55 – in smartina, al telefono.

*Ciao Salvo, ce l’abbiamo una ciabatta per sicurezza?*. Il regista all’altro capo della chiamata se la ride sotto i baffi: “Bambina, di ciabatte ne ho quattro e di prolunghe otto”. *Okay. A tra poco*.

Bambina a chi?!

ore 6.10 – Milano, Piazza Tito Lucrezio Caro. Chi era costui?

Il piazzale è deserto, ma macchine ce n’è ovunque e parcheggiare è difficile. Due portatili, una borsa di jeans con uno switch e tanti cavi LAN, i tacchi sull’asfalto gelido. La Fondazione Forma ha le luci accese. Fuori ci sono Salvo, il regista bisestile (capita solo una volta ogni quattro anni di lavorare con uno così), e Luca e Paolo, i due cameraman, che un po’ sembrano anche Ficarra e Picone. Non è neanche l’alba, ci sono due macchine cariche di attrezzatura da scaricare, il custode della Fondazione non ha alcuna intenzione di collaborare e l’ascensore? L’ascensore, che poi è un elevatore per disabili e non un montacarichi, semplicemente, non va.

Cominciamo bene.

ore 6.42 – via sms.

*Professore, qui stiamo lavorando ma la sala è un macello e non c’è personale che sistemi*. ‘Sti maiali hanno lasciato lo spazio conciato come ieri sera quando è finito il precedente evento, nessuno ha fatto le pulizie nè attrezzato l’area. Anzi, c’è anche un tavolo graziosamente addobbato con delle foto oggetto della mostra che ritraggono donne giganti seminude e riprendono in primo piano crateri di cellulite e pelle strabordante. Uno spettacolo adeguato a surrogare un caffè.

ore 7.10 – ecco la coppia dello streaming.

Non parlano con nessuno, si siedono e mentre i ragazzi del video tirano cavi e montano la strabiliante macchina della regia, cominciano a trafficare tra macchine e portatili. Ma il risultato c’è. Eccome.

Per un attimo il cast è d’eccezione: l’uomo della rete, cravatta rossa e boccia pelata come Bruce Willis, lavora con l’uomo della regia, capello lungo e maglione blu, un Gerard Depardieu in versione varesina, e con l’uomo dello streaming, pelo nero come il carbone sia di barba sia di capelli, un misto tra Alan Rickman e Mr Bean. La mora (Alice) e la bionda (Susanna), intanto, si guardano diffidenti e incrociano anche le dita dei piedi.

Qui ci sono al massimo venticinque indirizzi IP che possono uscire sul web. A loro ne servono sei. Nessuno sa quanti siano occupati e non c’è DHCP. Francesco, l’uomo di rete, improvvisa. O sa. Non lo sapremo. Mai. Ma per le prossime sei ore Netlookup è sempre on, sul portatile. E se una macchina si collega e va in conflitto con l’indirizzo IP dello streaming, semplicemente, sono tutti fottuti.

ore 7.30 – arriva il professore.

Cappello col frontino, giaccone lungo, abito grigio. Due borse piene di libretti e volantini, un portatile, una videocamera e ‘iddio sa’ quanti altri oggetti segreti.

La sala è sporca, le sedie sono troppe, mancano due tavoli, non si sa quando arrivano i relatori e lui che fa? E’ ovvio. Le riprese del backstage.

E allora il backstage si fa da sè. La regia è operativa, il video è online, c’è da testare solo l’audio e streammarlo. Le camere sono montate, è tutto quasi pronto. Ma la sala? E allora Paolo, Francesco e Alice, tutti in camicia bianca, giù a spostare sedie e riordinare lo spazio per renderlo agibile e adeguato.

ore 8.30 – catering o yogurt?

C’è solo da togliere di mezzo gli ultimi cavi e tutto è pronto. Non è mica vero: sul più bello che sta pensando *Oh, è fatta*, ecco che Alice si trova davanti la spilunga acida del catering. Un metro e settantacinque di prosciutto andato a male che la guardano e le dicono: i tavoli sono lì dentro (nell’armadio chiuso dietro la regia) e a noi servono per forza. Eh? E adesso come facciamo?

Francesco guarda Alice e le dice: “Tu ci passi (lei no)”. In effetti, Alice ci passa. E quindi la signorina ‘voglio una donna di Vecchioni’, vestitino di Mariella Burani e smalto di Chanel, slang da camionista e braccio non da meno, si infila nel pertugio tra la macchina che streamma e il quadro elettrico e tira fuori due tavoli e otto zampe e… *Fanculo, se li montano da soli i loro cazzo di tavoli*.

Ops, il professore matto sta facendo prove di ripresa e la spilunga del catering è lì che la sente. Poco male. Scarpe rosse da stregatta e testa alta da stronzetta.

ore 8.50 – quando andiamo online?

L’organizzatrice dell’evento (?!?!) è appena arrivata. Sbattuta come un uovo e sciatta come una scopa di saggina, ciarla coi relatori e non si rende conto che mancano dieci minuti alla diretta. In fondo, questi sono dipendenti pubblici. Pochi di loro sanno cosa sia il lavoro. Il professore matto fa le riprese e le prove di Skype, nessuno governa l’incipiente caos generale.

Alice, cosa facciamo? *Ragazzi, noi alle nove, puntuali, siamo online*. Alice non conta niente, qui. Ma sa come ci si prende una responsabilità.

Fiat lux. Et lux fuit.

ore 9.45 – il convegno ha inizio.

E mentre sono vittoriosamente online con un servizio eccellente, questi inutili professori che si riempiono la bocca delle loro parole per vedere quanta è la capienza annoiano a morte il povero pubblico con la sterile proiezione del profilo delle Dolomiti all’alba (nessuno ha notato che qui sono tutti lombardi e che quello non è il Resegone?). Sopravviveranno, in qualche modo.

ore 11.15 – coffeebreak

Neanche gli Unni hanno aggredito con più voracità un villaggio di sole donne e anziani.

ore 11.45 – interventi dal pubblico e da Skype

Dita incrociate. Gambe tese. Reazione pronta.

L’audio in sala c’è. Primo intervento col ‘gelato’ dal pubblico. Va. Risposta del relatore. Che noia. Secondo intervento. Va e viene. Fischia. Rifischia. Passa. Risposta del relatore.

Intervento da Palermo, via Skype. L’immagine c’è. L’audio c’è. Ma gli utenti non esattamente. Il professore matto forse è un po’ emozionato e si scorda il collegamento in streaming aperto. La splendida cinquantenne parlermitana anche. I microfoni in sala sono aperti, ma nessuno lo sa perchè il mixer è altrove.

Dopo dieci secondi, in sala, torna e ritorna la stessa voce, della scalcinata presentatrice, che fa una battuta inutile. Strano scherzo del destino, la battuta viene ripetuta e ripetuta ancora, con una cantilena assordante e stupefacente, per colpa di una cosa che si chiama ‘effetto Larsen’ e che realizza quanto di più simile al concetto dell’infinito.

Niente panico. Qui sono tutti professionisti. Veri.

I cameraman corrono come Carl Lewis e Ben Johnson tra le due camere e lo stupido mixer che non funziona bene.

Il regista è bisestile, ma ha anche il dono della bilocazione. E viaggia tra il mixer e la regia cercando di capire cosa succede.

Il professore guarda fisso Alice, che di Alice ci si può fidare. Il contatto visivo funziona. *Fidati di me*. Gli toccano il PC, parlano con la persona che videochiama, in sala nessuno si accorge del delirio dietro le quinte, Palermo viene stroncata in diretta. E passa inosservata (quasi). Ma l’effetto Larsen persiste. Trovano i microfoni accesi. Li spengono. Il fottuto effetto Larsen persiste. Maledetto Windows 7, che non fa visualizzare le finestre aperte. Tre sessioni in webstreaming, aperte in contemporanea, a loro volta in diretta web. Immagina la scena.

Chiuse le finestre. Altri dieci secondi.

Infiniti. I secondi.

L’infinito finisce. E così l’inferno.

La sala prosegue il suo soliloquio più o meno interiore, imperterrita, scherzando sui malfunzionamenti della tecnologia.

ore 11.59 – se dio vuole sono online e funziona tutto.

Sono sono tutti al loro posto.

Francesco presidia (o piantona?) il professore. Diciamo che Francesco supporta.

Il professore maneggia le cuffie come se fosse appena diventato un guru del mixer.

Luca gira tra la sua camera e il mixer e monitora che tutto funzioni. E sorride.

Paolo riprende il tavolo dei relatori e segnala a lungo la presenza di una annosa bottiglia d’acqua sul profilo del Dr Jekyll.

Lo streaming va.

Alice fa il ‘balance’ (tipico passo dell’inizio di un tango) sulla porta della sala, un occhio alla regia ed uno ai monitor, per fare il suo lavoro di gestore dell’aria fritta e controllare tutte le variabili in gioco.

Funziona tutto. E alla fine sono anche applausi.

ore 14.00 – pranzo

Maccheroni alla puttanesca e battutacce sulle escort.

Ma è andata, anche questa.

Alice si guarda intorno e pensa che, nonostante l’assurdità del contesto, è una bella giornata. Facce belle, persone belle. Sorrisi grandi, di quelli che vale la pena guardare. Forse però, le fottutissime scarpe rosse da stregatta si potrebbero anche togliere, dopo tutte queste ore…

1 commento su “Il regista bisestile, il professore matto e l’effetto Larsen”

  1. Io non supportavo….ma bensì sopportavo!
    Bella giornata, iniziata presto, proseguita picevolmente e conclusa divinamente!
    Thanks Alice

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