Valeille

A Cogne c’è un torrente che si chiama Valeille.

Scende diresti quasi dal cielo, se lo segui ti porta fino a Lillaz, e poi a salire, nella montagna, verso il ghiacciaio.

Prendi i tuoi piedi e le scarpe da trekking e cammini.

Era una giornata che Mogol avrebbe detto uggiosa, uno di quei giorni di luglio in montagna che il tempo ti tradirà? Mica lo sapevamo, se ci avrebbe tradito.

E allora, c’era la cipolla (della cui invenzione linguistica mi vanto). Pantaloni lunghi nello zaino e calzoncini sulle gambe, costume, canottiera, golfino e giacca a vento. Tutto addosso, tanto bisogna camminare. Il pranzo al sacco, la crema solare, la carta dei sentieri e due libri.

Abbiamo camminato per ore. Tra i fiori nella radura verso Lillaz, dopo il bosco di Sylvenoir, con la temperatura che cambiava di continuo, perché il bosco era buio e umido e il prato invece assolato e pieno di insetti e di profumi e colori. E poi giù in ripida discesa verso la strada transitabile dalle auto, con la zona pedonale protetta da muretti di pietre che indicavano la direzione delle Cascate, e poi di nuovo nel bosco, in salita, lungo il corso del torrente Valeille.

Siamo arrivati lì,

dove gli stambecchi vanno liberi e non c’è anima viva se non quelli come noi,

che sono qui per camminare e respirare e …

… ci siamo fermati.

Ci siamo fermati perché avevamo dei limiti: non avevamo l’abbigliamento adatto, non avevamo l’esperienza, non avevamo l’allenamento, non avevamo…

…il coraggio.

Ecco la cosa che ci mancava. Il coraggio.

Il coraggio di osare, di andare, di sognare, di salire, di seguire i nostri desideri.

E invece, cazzo, davanti a noi c’era questa piccola e interminabile Valeille, piena di pietre sparse che potevano farci sperimentare il gioco del guado e salire, salire, salire fino a che le vertigini mi avessero stremata.

Mi è mancata la forza, mi è mancato il coraggio, o forse mi è solo mancato il desiderio?

Perché ecco la chiave che mi ha dato “Oceano Mare”: sono i desideri che mi rendono la donna che sono. Sono i miei desideri, i miei sogni, le mie pulsazioni che mi fanno viva e bella. Non le mie paure.

E allora, questa sera voglio raccontarvi com’è stato andare come verso il Gran Paradiso (anche se quello non è il versante), lungo il torrente, fino alla fonte della Valeille.

Com’è stato salire piano, con le gambe affaticate ma allenate, perché vado a correre tutte le settimane.

Com’è stato avere paura dello strapiombo e del sentiero ripido, sentire le ginocchia che tremano dalle vertigini e non solo vedere, ma avvertire, nella pancia e senza ombra di dubbio, quella mano che si tende verso di me, quel braccio energico che tiene il mio fianco verso il lato del monte, quella forza che contiene la mia paura e non la respinge, la accetta e la veicola, anziché rifuggirla inutilmente.

Il sentiero saliva ripido e crudele, sempre più arido. A destra e sinistra pochi alberi, conifere, rarefatte rispetto a prima, e pietre e sterpi grigi e marroni sull’erba verdissima di quel ridente luglio. Faceva freddo, scendeva qualche goccia di pioggia, ma i cappucci erano spessi e le giacche antivento, il corpo caldo, la pelle bruciacchiata dal sole nella radura.

C’erano vento e stambecchi, silenzio e quella quiete cupa e provvisoria della natura.

C’era un senso profondo di equilibrio, non di pace. La pace ce la trovavamo noi, camminando. La pace ce la mettevamo dentro, passo dopo passo, con le dita dei piedi strette nelle scarpe pesanti, respiro dopo respiro, guardando il ghiacciaio lassù in alto, in fondo a sinistra del campo visivo. La pace ce la sentivamo nel petto osservando la valle che si stringe, il verde che si fa più scuro, il grigio del cielo pieno di pioggia fitta e sottile, il torrente bianco e marrone sul fondo.

Lassù si sente solo lo scrosciare dell’acqua, lo stridio del verso di qualche uccello forse rapace, il passo di un animale che mentre ti giri scompare, le voci del papà coi suoi bambini che sta facendo la stessa faticosa salita, qualche centinaio di metri più avanti di noi.

Forse non c’è niente da vedere più di quello che dico.

Forse non c’è niente da scoprire, in fondo, che non sia dentro. Ma un posto così ti aiuta a ritrovarti. A capire che salire è faticoso, e scendere non è deludente, che può essere umido col sole e che la pioggia può fare l’arcobaleno, che un bosco verde, un cappuccio in testa e una macchina fotografica digitale possono seguire e immortalare la cascata di un torrente che scroscia.

Ho gli occhi tristi, nelle foto di Cogne, e non avrei dovuto.

Avrei dovuto capire, dalla tristezza, che un’altra era la via.

Avrei dovuto salire lungo la sponda della Valeille.

Avrei dovuto cercare la mano che stringesse la mia e vincesse la paura e la stanchezza. Che mi aiutasse a rincorrere i sogni.

C’è chi scrive dei “no che aiutano a crescere”. Io cerco i “no” che mi permettono di vivere, che combattono la mia indolenza, che non solleticano il mio orgoglio, piuttosto i miei desideri.

Voglio quel bosco scuro, pieno di pioggia, che mi faceva paura. Voglio Joni Mitchell come colonna sonora. Voglio scendere in discesa correndo, da lassù, con le gambe spezzate dalla fatica perché in fondo non ho il fisico, voglio la stanchezza sulla pelle, il sudore di una lunga camminata con forti escursioni termiche, la gioia silenziosa sotto la doccia ristoratrice.

Voglio tornare lì e salire con le guide verso il Gran Paradiso, vedere i fiori con cui non si dovrebbe fare il Genepì e respirare l’aria fredda e rarefatta della montagna d’estate. Guardare la luna che fa capolino e Giove che risplende ma non è una stella.

Voglio le gambe di un camminatore e il cuore dello scrittore, l’anima del ballerino e l’acume dell’economista.

Voglio la vita, la mia. Piccola, brillante, unica. Mia.

1 commento su “Valeille”

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