La casa di Alice

Questa sera Alice è tornata a casa. Quella vera.

Dieci minuti, non di più. Una piccola finestra nel tempo. Un tunnel improvviso di ricordi, abitudini, odori, posizioni di oggetti. Alice non ha toccato niente, per non rischiare di sentire calore, per non vedere l’apparire di un ricordo, per evitare di sentire dolore.

Eppure tutto, intorno, diceva: “guardami. toccami. torna.”

Era tutto lì, il doussiè, la parete arancione, la cucina bianca luminosa, la TV con l’amplificatore, il vaso di vimini con i girasoli, le sedie grigie devastate dagli artigli del gatto.

Questa sera Alice è tornata a casa ed è stata travolta dall’urto violento di sei mesi di assenza. Sei mesi passati a respirare, piano. Ad ascoltare le gocce di pioggia sui lucernari di notte. A riprendere fiato, accarezzare la pelle secca con la crema idratante.  A fare cose che fanno bene al cuore e all’anima.

Poi, di colpo, tutto riappare in un attimo.

E la botta è un tonfo sordo, secco e lontano. È l’onda d’urto che è devastante. È guidare la macchina con gli occhi annebbiati dalle lacrime, il cuore che batte stranamente piano, un senso di spossatezza e resa diffuso nelle ossa.

È un treno che ti passa addosso e tu non puoi scansarti, solo, cercare di non pensare.

Però poi c’è la mansarda che l’accoglie. Il tetto obliquo, le pareti colorate, il gatto che corre e miagola, lo stereo che suona, la pietra ollare e un hamburger con le zucchine tonde. Una telefonata. Una lacrima grossa. Un sorriso vago.

Una vita da rifare, a cominciare da qui.

Da un casa senza doussiè e col lavandino sempre un po’ intasato. Una mensola blu, una lampada a stelo, una libreria che non è più vuota. Il cielo che sbuca dalle velux, il gatto che vuole uscire, il Syrah che ha sempre la temperatura giusta, la macchina del caffè americano che effonde aroma di cacao e caffè, una colazione leggendo l’Informatore de “Il Sole 24 ore”, l’incenso sul tavolo, il giorno che comincia, la vita che va.

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