il Fiore

Sono seduta su una panca di plastica, guardo un monitor sopra la mia testa che segna i numeri in chiamata e gli sportelli a cui recarsi. C’è molta confusione intorno, e Marta e Susi siedono accanto a me e si chiedono se mai ce la faremo a gestire questa benedetta cartella esattoriale.

Una cartella liquidata è una lettera su carta bianca e azzurro su cui, tipicamente, l’Agenzia delle Entrate decide di notiziare il povero contribuente su qualche supposto versamento mancante o tardivo che gli farà pagare delle sanzioni astronomiche. E, se sei uno che sa il fatto suo, vai al’Agenzia delle Entrate, mostri le “giustificazioni” e ti fai “sgravare la cartella”. Dieci parole per rendere il senso dell’esperienza, che professionalmente è molto valida, ma umanamente è davvero pesante.

E in una mattina così, dopo essermi alzata all’alba per trasvolare all’ufficio di Milano 4 dalla Brianza velenosa, mentre aspetto per un tempo interminabile che venga il turno col le mie brillanti e premurosissime allieve, ecco sbucare dalla porta sul retro un viso stranamente familiare. Così familiare da farmi alzare in piedi, seppellita dalle mie carte di lavoro da brava revisore dei conti, e strillare “Prooooooof!”.

Perchè possono passare secoli, eppure, quello è l’unico nome che conosciamo: Prof!.

Sì, col punto esclamativo attaccato, perfetta apposizione di qualunque cognome ricordiamo dalla scuola superiore…

E se avete fatto il liceo classico, e magari il Berchet, e magari proprio nella sezione E… beh: il Fiore è il Prof! per antonomasia.

Mi guarda, lo so che mi conosce e non mi riconosce, o forse mi riconosce ma non mi conosce più… Mi guarda ed io: “Prof! Sono Chiara!” (e quando mai mi capita di dirlo, il mio cognome?).

E allora lui spalanca un sorriso accogliente e allarga le braccia per prendermi tutta intera. E poi mi guarda, visibilmente sorpreso, e poi mi dice: “Sei diventata bella!”. Il che vi dice che, evidentemente, non solo per me, che io sia bella sembra una sorpresa e non un dato di fatto.

Scambiamo due parole e molti sorrisi, e lui guarda le mie leali allieve e dice: “Questa bbbbestia era brava in matematica. La Dela era uno di quelli che si facevano notare, perchè faceva un sacco di rumore, ma era brava”. Loro ridono. Marta, che è furba, ammicca e dice: “Eh, lo dice a noi?”

Io penso che in fondo niente cambierà mai nella mia vita da genio pasticcione, chiassoso ed indisciplinato e che tutti faranno sempre le stesse affermazioni sul fatto che è tutto sommato strano che io sia così intelligente e così riottosa, e che nonostante questo io sia anche diventata bella.

Però che bello incontrarti, Giovanni Fiore, dopo 15 anni che non ti vedo, e scoprire che ancora ti ricordi di me.

Che bello, incontrarti, caro prof che sei l’unico che mi ha chiamata “bestia” e ha cercato di mettere a dura prova la mia brillante carriera scolastica, che ci sei rimasto male perchè mi sono laureata “solo” in economia, e che mi guardi con la stessa espressione con cui mi rimandavi al posto quando scoprivi che io, discola, non avevo studiato ma sapevo rispondere.

Che bello incontrarti e capire, oggi, che anche allora ero così. Goffa, ribelle, acuta, veloce, buffa e bella. Forse oggi all’ennesima potenza, ma già allora ero.

Ero, e “mi faccio un mazzo così” per continuare ad essere.

Un fiore.

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