Io e Annie, e non è un film di Woody Allen

Ci porta sempre bene uscire assieme il primo lunedì dell’anno.
E come l’anno scorso fa un gran freddo, e come l’anno scorso stasera abbiamo un milione di cose da dirci. Però… però l’anno scorso “ci eravamo messe giù da gara” per quella serata da Viola, mentre stasera siamo agghindate come due carciofi: io appena uscita dal lavoro col collo di pelo tirato su fino alle orecchie e la sciarpa che mi copre anche gli occhi, tu col cappello da babuska e la lampo rotta. Jeans, stivale da neve e scarpe da tennis. Camicia stropicciata e maglione a V; giacca di velluto e maglietta di lana.

Stasera la luna splende, ancora quasi piena, sull’acqua nera del Naviglio luccicante delle luminarie gialle, e lungo questa sponda ci siamo solo tu ed io. E siamo così stordite che parliamo e parliamo e non ci accorgiamo neanche che i locali sono quasi tutti chiusi. Dove possiamo entrare a scaldarci e rifocillarci?
Un sushitivo? No. Abbiamo fame, sete e freddo, vorrai mica mangiare pesce crudo?
Un banale bar pieno di truzzi? Nooooo. Noi siamo così raffinate nei gusti!
Enoteca con piccola cucina? Na. Il cibo è scarso.

Come due fiammiferaie in un racconto di Dickens quasi appoggiamo il naso sulle vetrine che si appannano, per vedere se il locale ci invita ad entrare. E questo sì che, finalmente, ci dice, dalla luce bassa e dal cibo di bell’aspetto, che è un posto dove possiamo stare. Sì, ma sbrighiamoci, che ci stiamo ibernando!

Ma tu ti ricordi come si chiama il locale? Io no. Non ricordo nemmeno se sei entrata prima tu od io. So che ci ha accolte uno spilungone sorridente, vestito tutto di nero: “Siete in due? Dove preferite sedervi?”. E tu, pungente: “Nel posto più caldo del locale, fuori c’è un freddo boia”. Mentre io mi pulisco gli occhiali annebbiati, lui ci indica il posto più caldo: il buffet, e ci segnala che però, forse, tutte e due insieme alla pasta sul fuoco non ci stiamo.

Scegliamo un tavolino appartato nell’angolo, solo per noi. La musica è buona: Depeche Mode e Simple Minds. Piacerebbe anche al Barba, che sta scegliendo da BlockBuster un film che non vedremo. Il tavolo è di legno scuro e c’è una ciotola con la candela e della sabbia rossa e blu intorno, con cui tu giochi mentre mi interpelli direttamente, come tuo solito.

“Cosa bevete?” Io:“Un bicchiere di Primitivo”. (Alice, pensi davvero che ne berrai solo uno?). Lui annuisce, improvvisamente consapevole che ho un gran gusto, per il vino. E tu? Tu, con la tua faccetta da folletto birichino: “Un mojito, ma molto carico”. Lui ti guarda, stupito e interrogativo. E tu precisi: “Devo scaldarmi!”. Lui se ne va con un mezzo sorriso, soddisfatto, e torna dopo qualche minuto con i beveraggi richiesti.

Mangiamo, parliamo, parliamo, beviamo. E io, come al solito, rimango con un goccio di vino nel bicchiere. Lo spilungone ripassa. “Tutto bene?”. “Sì, grazie. Il mojito è davvero buono”. A questo punto lui è già impazzito, ma dissimula con classe il sorriso e torna dietro al bancone.

Prendiamo qualcos’altro? Ma sì, dai. Facciamo un altro giretto al buffet. Mi sento un po’ osservata, mentre zigzago tra gli sgabelli davanti al bancone per arrivare alle vivande, ma non capisco perché. Che i jeans mi stiano cadendo? Perché ho la leggera sensazione che il mio lato B sia stato oggetto di un approfondito studio, ma non ne sono proprio certa. Fatto sta che, come sempre, tu volteggi leggiadra col piattino di carta e qualcuno ti parla. Chi è? Beh, lo spilungone doveva pur averlo un socio basso, da qualche parte. Il lillipuziano dice qualcosa che non capisco, ma sorrido per non sembrare l’acida milanese, e poi lo sento che mi dice “Siete vegetariane?”. E io: “Noi? Noooooooo.” e lui farfuglia qualcosa sul fatto che è fortunato e sparisce nella cucina come Yoda sul suo pianeta in Guerre Stellari. Uff, vegetariane? Io sono un T-Rex!

Dopo dieci minuti, Yoda riappare dalla fucina alimentare con un piattino in mano. Si avvicina al nostro piccolo angolo di mondo, tiene gli occhi bassi e ci fa una lunga e timida spiega di cosa c’è nel piatto: grissini con speck di Plan De Corones (e meno male che mi dice che è vicino a Brunico, se no mi sarei già persa), parmigiano reggiano “due punto sette” (sorridi, e fai finta di capire cosa voglia dire, io davvero non ne ho idea), lardo di colonnata e poi… poi indica il salame e dice che è prosciutto. Io perplessa, lo guardo e gli dico: “Volevi dire salame?”. Lui ride, si affloscia sulla sedia (e così intanto si è seduto al nostro tavolo), e bofonchia qualcosa tipo: “Eh sì, ma a stare qui vicino a voi mi sono confuso”.

Vorrai mica lasciarlo in questo terribile imbarazzo? “Beh, piacere, io sono Alice”. E lui: “Sono così emozionato che non mi ricordo bene come mi chiamo, comunque: piacere Marco”. Tu, splendidamente elegante, gli porgi la mano e gli dici “Io, Amelie”. E lui ricambia la stretta, se la possiamo chiamare così. Non che avesse una presa molto sicura.
Sta lì con noi alcuni minuti a dire due parole sul fatto che è uno Chef, che ama cucinare, che è tanto contento di condividere con noi questi prodotti preziosi che gli hanno portato degli amici. Poi, per non disturbarci oltre, se ne va.
Io mi alzo e vado dallo spilungo, a chiedere se si possono avere altri due bicchieri di Primitivo. Lui approva la scelta, ma forse ci mette troppo a portarci due calici. Che stiano cercando di trattenerci qui?

Il tempo passa, e riconoscilo socia: è divertente andare in giro sole solette noi due ogni tanto, eh? Sono le nove, devo andare, c’è il Barba che scalpita al Blockbuster perché io voglio rivedere “Vicky Cristina Barcelona” e lui vuole un film che io non abbia mai visto.

Ci alziamo e andiamo a pagare e, proprio come l’anno scorso, paghi tu ma non riesci a farti fare il conto intero perché il cibo ce l’hanno offerto e il vino costa meno se non è il primo bicchiere. Marco, alla cassa, ti guarda intontito e persicaceo come davanti ad una improvvisa visione della Madonna e sostiene che lui è onesto e che il vino costa meno! Stiamo per andare e lui ci dice: “Tornate!”. E aggiunge, con una sfacciataggine inaudita: “Anche se non bevete e non mangiate, tornate qui, anche solo per chiacchierare!”.

Ciao ciao, a Gulliver e al Lillipuziano. Ciao ciao, al locale che non ci ricordiamo come si chiama, rieccoci nella notte di Milano, con le luci, il Naviglio, il vento freddo e il passo da libellule svolazzine.
Che ridere! Chissà come rosicheranno i soci, a leggere il racconto di come abbiamo allegramente rimorchiato questa sera (e non due australiane, stavolta).
Ci siamo proprio divertite, come l’anno scorso alle due di notte, dopo il brindisi per l’anno nuovo con tre camerieri stonati dell’enoteca Viola che ci hanno offerto un bicchiere di brillante Lugana per chiudere (o sperando di iniziare?) la nostra serata.

Sorella, mi raccomando, iniziamolo sempre così l’anno nuovo!

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