Blu, arancione e grigio… rumba notturna per l’anno che verrà

Aquarela do Brasil, cantata in Italiano da Toquinho, da ascoltare leggendo.

In questa notte di Capodanno, miracolosamente a cavallo tra due decadi, è strano, ma fa caldo. Caldo dentro le case, caldo nel cuore, mentre fuori il vento freddo di quest’inverno spazza le strade e i resti della neve ormai grigia sui marciapiedi. Non so se le parole che scrivo stasera suonano per tutti quelli che c’erano o se le immagini, i suoni e gli odori significano solo per me. Spero che, assieme al mio, ci siano altri cuori che ascoltano questa rumba per fanciullini e ricordano…

Stasera siamo in diciassette a tavola, e fortunatamente, porta bene!
La casa non è grande e il corridoio tra il tavolo e il piano della cucina fa fare acrobazie al nostro magico cuoco, ma ci stiamo tutti, e bene. Qualcuno c’è già, qualcuno arriva dopo, brilla la luce sul doussiè aranciato, il tavolo è lungo e noi siamo stretti, il forno è acceso ed emana un calore croccante e profumato di patate, le sedie non bastano, e nemmeno le tovaglie, ma va bene così.

Arrivano le veline, Iulia e Rosalba. Dieci anni, tra loro, e non vederli proprio, sotto gli abiti della festa e lo sguardo ammaliante di un brindisi sulla parete bianca. Tra i fornelli e le ante turchesi della cucina, ci sono il cabarettista e lo chef. Il sole e la luna di Narciso e Boccadoro. Una coppia così azzeccata, in equilibrio tra sorrisi e silenzi, impegno e facezie, crostini di salmone affumicato e coppe di cocktail di gamberetti, che meglio non li avresti immaginati. Ridono e lavorano, gli uomini. Perché in questa cena di vigilia mai vista prima, le donne siedono a parlare e gli uomini preparano.
Pier, il cabarettista, dita sulle labbra che sanno di salmone, sembra Hugh Grant in “Scrivimi una canzone”, eroe dimenticato del pop degli anni ’80. Robi, lo chef, cui la Catherine Zeta-Jones di “Sapori e dissapori” fa un baffo per capacità e organizzazione, ha gli occhiali, i capelli lunghissimi e il cappello da cuoco, e prepara prelibatezze senza sosta.
All’altra estremità del tavolo c’è l’angolo dei timidi. Seduto, con gli occhi chiari e il maglione lilla, c’è Luca, fotografo ufficiale, che scatta a tradimento con la macchina distante e stranamente angolata, osserva silenzioso e racconta la realtà tramite l’obiettivo della sua digitale.
Vicino a Luca, in camicia nera di coppia, ci sono i Barbabasco: il timido e lo splendido, accomunati da una tagliente ironia, analoghi gusti (e resti) alimentari, sorriso bianco e occhi scuri, e un anno con alcune belle soddisfazioni (sportive e non) da bisbigliare con gli occhi e da inneggiare a gran voce.
C’è Annie, bellissima e silenziosa, con una calza viola da Lolita e l’espressione raggiante di chi ama e lo sa, che, pensa e ripensa, non cederebbe la socia di Trivial per una vittoria facile. La sintonia, quando uno la trova, mica la molla così facilmente. Nell’angolo dei timidi, vicina alla mia socia, ci sono anche io, Alice, che ho già detto molto di me e quindi sorvolo.
Vicino a noi ci sono Lidia e Fabio, colori forti e pelle chiara, coppia notevole ed evidente in questa tavolata di soggetti disomogenei. A Lidia, in particolare, va una nota di merito per la limpidezza di sguardo e l’attenzione alle piccole cose (e anche per aver riso alle letture del dictionary).
Mangiamo seduti a questa tavolata di piatti bianchi e tovaglioli rossi, Roby e Pier sempre affaccendati tra i fornelli, e Ilaria, occhiali da Arisa, cappello da rapper e scarpe da skateboard, che fa suonare ad alto volume musica difficile e socialmente improbabile.

Passa un sorbetto tra i piatti, a separare il primo dal secondo, e in men che non si dica è mezzanotte. Un conto alla rovescia che ha trasformato il tempo in uno strano avvicendarsi di suoni multilingue e scarso senso del ritmo, un brindisi confuso e gioioso tra spumante e bicchieri di plastica. Un giro di baci che sembra il gioco dell’oca intorno alla tavola, un trenino abbozzato e subito smorzato sul samba di Maracaibo, con Frizzi sul quarantadue pollici che nessuno ha mai ascoltato e la Carrà che canta dalle casse del portatile: fuggire sì, ma dove? ZaZa.

Mangiamo ancora, ma il senso delle cose è caoticamente sparpagliato tra battute e scherzi. Salviamo per miracolo dalle bocche fameliche degli astanti la preziosa boccetta di liquore alla cannella che ci ha regalato la bottega di Annina, facendoli ripiegare sul liquore alla liquerizia e l’ampolla di sakè, di dubbia provenienza e manifesto mezz’impegno. Pier, senza ritegno, si attacca anche alla bottiglietta di San Marzano Borsci, stante la scarsità di vino rosso a tavola.
Mentre siamo sul divano a chiacchierare, rispondere ai telefoni e spedire auguri, scattano le fotografie più strane. A coppie, gruppi e piccole consonanze ecco immagini in pieno stile paninaro della parte più caciarona della compagnia: Bianca, Ilaria, Pier, Franson, Carlo e Robi, con il cappello enorme, il dito del sommelier, il saluto da rapper e l’occhio brillante di chi ha alzato un po’ il gomito.
Complice la confusione, il sottofondo musicale e il Mionetto di Valdobbiadene, a Trivial non si riesce a giocare, ma c’è il “disco a richiesta” con cui inaugurare l’anno nuovo.
A furor di popolo, ecco il “Gioca Jouer”, esibito da quattro showman d’occasione, sullo sfondo il divano grigio e le barbacolonne d’arancio e mattone vivo. Da sinistra a destra, magri e splendidi nei loro jeans, ci sono Albi e Giorgio, camicia e dolcevita neri, Robi e Pier, camicia bianca rigata. Spettacolo di risate per chi guarda e smorfie per chi balla, convintissimi nella loro mise da Village People, superuomini autoironici sul ritmo irresistibile della voce di Cecchetto.
Tra le danze, ecco le veline: Iulia, pallidissima moldava, che appena parte “Kalinka” saltella con leggerezza proverbiale sugli stivali neri il ballo dei cosacchi, e Rosa, ardente mediterranea, scatenata nel ritornello del “ballo del qua qua” (di cui nessuno riesce a ricordare i passi esatti) con il Basco danzatore provetto dell’ultimo minuto.
C’è Franson, che con la sua mole immodesta si improvvisa ballerino piuma nel vano tentativo di sedurre la snowboarder con paillette argentate e scola crema al whisky come fosse acqua frizzante; c’è Kelvin, fratello di Clausius, apparentemente silenzioso, che sul finale, con Anna, si rivela giovane salsero da strada, nella penombra della stanza piena di persone, vuoti di bottiglia e resti di pandoro e crema al mascarpone.

Alle tre di mattina, a ricordarci la gioia innocente e la speranza ardente dell’anno che verrà, per noi che ce la siamo goduta, le note della rumba che fa di sottofondo a questi seimilaseicento caratteri, Aquarela do Brasil…

Auguri, amici miei, pezzi di cuore, buon anno…
… e grazie davvero a chi mi ha regalato tutta questa semplice magia.

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