Sopra una tela bianca

Fuori dal guscio, oltre a molto freddo, c’è parecchia nebbia. Nebbia che mi ha fatta rimanere, immobile e spaesata, paralizzata direi, a lungo, perché non si vede molto. Anzi, non si vede un bel niente. Non capivo perché. Non sentivo perchè. Non sentivo niente. Poi, ho avuto una intuizione.

Basta cambiare occhiali, come diceva il vecchio maestro Cerroni del DES e molte pagine della mia tesi di laurea. Sei miope, ti metti gli occhiali. E se di colpo diventi anche astigmatico? Cambi gli occhiali.

Il punto è che questi occhiali non si comprano, perché uno se li fa con le sue mani, proprio su misura.

Ho un bel prototipo di nuovo occhiale tra le mani; ho provato ad indossarlo nelle ultime ore. Non c’è solo nebbia.

C’è uno sterminato, impietoso spazio bianco.
Silenziosissimo. Nitido. Non vuoto. Bianco.

In un mondo in cui ci hanno stupito con effetti speciali e colori ultraveloci, il bianco è spiazzante. Ma “se cerco, lo vedo” e c’è qualche immagine che si insinua armoniosa nel quadro di acqua salmastra di Plasson.

Nel bianco vedo un faro. Il mio faro ha una faccia di luce e una faccia di buio e il moto tra la chiaro e il scuro non è uniforme e armonico. C’è il faro, fermo e luminoso e solido, che insieme alle volute di luce manda moniti e consigli e rassicurazioni. Talora però, anche il faro rimane al buio, e il buio fuori dal Guscio è davvero nero. E allora accarezzo la parete bianca e cerco di dire, anche al faro, che la luce torna. Che l’intermittenza non è per forza una cosa cattiva. Che ha ragione Battiato nel Ballo del potere “The circle symbolizes Tai Chi, which is formless and above duality. Here it is manifesting itself as the progenitor of the universe. It is divided into yin (the dark) and yang (the light) which signify the negative and positive poles. Pairs of opposites, passive and active, female and male, moon and sun. “ Il faro è donna, il faro è sorriso, il faro è fermezza e solidarietà, ma anche concreta e schietta sincerità.

Sullo sfondo, dietro il faro, ovviamente, c’è il mare. Oceano mare. Con una risacca che risuona lenta, ogni mercoledì, e lenta e continua mi ricorda che sono viva. Che esisto, che vibro, che posso. Il mare mi ricorda che posso scegliere, che posso andare, che posso amare. Prima di tutti, me. Il mare è calmo, talvolta burrascoso, mai ostile. Il mio mare raccoglie le mie emozioni e me le restituisce con le onde quando sono pronta a sentirle. Quando le posso vivere, e poi le posso scrivere. Il mio oceano ascolta le storie che mi sa tirare fuori, sorridendo placido sotto una pallida luce, o mosso e agitato e scosso dal vento, e mi lascia pazientemente e semplicemente dare, con il mio tempo, quello che sono, all’acqua.

Il giorno e la notte, fuori dal Guscio, non hanno ancora un ritmo stabile. Forse il prototipo di occhiali non è ben fatto, e sicuramente il mio bioritmo è sfasato. Ci sono giorni che c’è un sacco di sole. Tantissimo. Così tanto che brucia. Ci sono giorni che durano mezz’ora, e nel frattempo piove sempre, neanche fossi a Lecco. Ogni tanto spunta, dietro le nubi, tira fuori i suoi raggi lunghi e forti e avvolgenti e mi scalda. E mi dice: Resisti! Credi! Investi su di te! Ogni tanto, invece, sta nascosto dietro nembi grigiastri e oblunghi, ammicca da lontano ma in fondo è un po’ freddo, mi fa presente che probabilmente è giorno ma che non ne vuole sapere di farsi vedere, e a me viene il remoto dubbio che ci siano anche altri emisferi da illuminare oltre al mio. Solo che io, il sole, lo vorrei tutto per me. Anche quando piove.

C’è un soffio di vento. Nel Guscio faceva calma piatta. Poi, un giorno, mentre mi staccavo le schegge di dosso, l’ho sentito soffiarmi sulla schiena e scompigliarmi i capelli. Lui ha preso la mia direzione, per caso. Io per caso, ci ho fatto caso. È un vento strano. A giorni caldo a giorni freddo. Mai fastidioso. Ha una grande forza dentro, una passione cupa e misteriosa, saggia e sofferta. E soffia. Soffia la parola giusta al momento giusto. Soffia la richiesta giusta, al momento giusto. Questo vento è uno spirito affine, di una forma diversa dalla mia, della stessa sostanza. Spirito e carne, gioia e dolore. Solo che lui è taciturno e io rumorosa.

C’è un baobab. Uno splendido, folgorante, fortissimo albero. Bello, eppure spoglio. Dinoccolato. Solido. Immenso e semplice. Mi ci sono imbattuta per caso, camminando. Andavo altrove, ci sono sbattuta contro. Mi è piaciuto subito, tantissimo, con quella corteccia calda e liscia. Ma non mi sono fidata subito. Troppo rischioso. E se fosse una pianta carnivora? Oggi siedo, talora, per terra, accanto al mio amico baobab. Lui mi chiede se i suoi rami lo rappresentano, io nei suoi rami mi ci rifugio. Lui sa delle parole che io non conosco ma di cui percepisco il senso, e me le insegna, sussurando. Perché lui ha saggezza, conoscenza, forza. E poi mi fa sentire bella. E sembra vedere di me qualcosa che a me stessa sfugge.
Ci sono altre immagini e altre voci, vaghe, fuori dal Guscio, ma ve le racconto domani.

Il quiz è: chi indovina tutte le citazioni e i personaggi senza che io metta le note?

1 commento su “Sopra una tela bianca”

  1. ti ammiro!
    hai scelto di consegnare il te più tuo senza “paura” di essere fraintesa.
    Il tuo coraggio sarà certamente ripagato

    un abbraccio
    (qualche citazione l’ho riconosciuta ma … sono timidaaaaaaaaaaaaaaaa ahahahhahah)

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