Verona, by day

Nove di mattina, sveglia che suona. Mara si stiracchia, Alice apre un occhio sì e uno no. Buongiorno. Sono stanche, ma sarà un gran giorno, con le scarpe adatte e il pranzo nel posto giusto.

La guida verde della Michelin suggerisce un itinerario interessante, quindi, tanto vale seguirlo.

Colazione in albergo. Mai stati in un Holiday Inn? Per loro è la prima volta, ed è un po’ strano essere due bimbette in trasferta, vestite da turiste professioniste, braghette, maglietta e borse di Mary Poppins, che han dormito in un hotel business, dove tutto è caratterizzato dal lustro algido dei posti dove si fanno  convegni e corsi di formazione. Non si può dire che è brutto, neanche però che è bello. È tutto un po’ freddo, ma il caffè americano è buono e ci sono i cornetti, il pane di segale e le marmellatine con cui fare colazione. E questo è abbastanza.

C’è il sole e fa molto caldo. Dieci e mezza. Il bagaglio è in macchina, la pancia è piena, mezzo litro d’acqua a testa in borsa. Macchina parcheggiata, parchimetro, tra due ore bisogna andare a rimettere le monetine. Due ore sembrano lunghe. Piazza Bra, 40 gradi, VeronaCard in tasca. Visita all’Arena. Ma prima, giretto svagato a guardare le sfingi dell’Aida, addormentate in mezzo alla piazza, tra turisti che scattano foto e operai che trasportano pezzi di palco, a mano o con le gru, da dentro a fuori l’Arena.

Alice è già stata qui, con ricordi improbabili di un concerto di Joe Cocker quand’era piccina piccina, e più di recente, l’11 settembre 2004, ad ascoltare l’orchestra e il coro diretti da Ennio Morricone che travolgevano l’aria con “The Mission” in memoria delle vittime del WTC. Alice, che si è persa Ligabue in concerto, pur avendo il biglietto, per colpa di una inutile riunione di lavoro, in cui la sua presenza era assolutamente irrilevante, quasi un anno fa.

Mara no, non c’è mai stata all’Arena, ed entra con curiosità vorace, per poi rimanere un po’ delusa: pensava fosse più grande. L’Arena non è San Siro, però se la vedi di notte, con le sue luci, è davvero magica.

L’Arena è davvero bella, che tu ci abbia visto un concerto o no. Se passeggi nei corridoi, per raggiungere le scalinate, sei proprio in un anfiteatro romano, e ti guardi a destra e a sinistra, tra nicchie buie e archi di luce, per controllare che non spunti di soppiatto una tigre o un gladiatore. E poi esci nella luce bianca e bollente di questo giovedì d’agosto, e rimani attonita a guardare il cielo di Verona, gli operai che lavorano sul palco, e tutte queste gradinate attorno, di marmo rosso e rosa, terribilmente scivolose. E infatti Alice, che non è leggiadra e svelta come Mara, si fa male ad un ginocchio cercando di scendere per le scale sdrucciolevoli e calde senza finire nel vortice delle vertigini. E passano una mezz’ora bellissima, nel dolce far niente, sedute sui gradoni, a guardar lontano e parlar di mille cose.

Arena, via Roma, Castelvecchio. Questo, nell’itinerario, sembra il percorso migliore. Una sola pecca, la scopriranno dopo. Andare e tornare dalla macchina per andare a cambiare il biglietto del parchimetro ogni due ore fa perdere un sacco di tempo e fare molti chilometri. Ma perché i parcheggi a Verona sono tutti a tariffa bioraria?

Via Roma piena di gente, vetrine, negozi, turisti, locande. Via Roma e un ricordo di Alice: la prima della Cenerentola di Rossini al Teatro Filarmonico, così tanti anni fa che non bastano le dita delle mani a contarli. Il Castelvecchio di fronte, illuminato dalla luce potente del sole, e loro due coi nasi per aria, a guardare la lancetta dell’orologio che si sposta in contemporanea sulle due torri, cercando invano di ricordare chi diavolo fosse questo benedetto Can Grande della Scala, benefattore dantesco… Dal Castelvecchio al Ponte Scaligero è un attimo, ma soprattutto, una sorpresa. Perché nessuna delle due si aspettava fosse lì. Che sceme.

Sotto la torre, un soffio di vento e di aria fresca che le asciuga dalla calura impietosa, un sorso d’acqua per rinfrancarsi, progettando una foto irrealizzabile: vista del ponte e del panorama in fondo senza turisti che passeggiano, mentre due bravi musicisti ambulanti di colore improvvisando un ChaCha. Due vasche sul ponte, molte foto (se ne trovo un paio belle di loro due, le pubblico). Poi, modeste, la fame, la stanchezza, e il problema del parcheggio da risolvere.

Spostano la macchina e trovano un posto dove andare a mangiare. “Il Ciottolo” non ha un sito internet, non ha un menù altisonante, non ha tavolini all’aperto, ma solo una vetrina sulla strada, tavoli di legno con le tovagliette di carta, una lavagna nera con piatti tipici locali scritti col gesso in dialetto. Stufato d’asino, in dialetto, si dice, Stufato di Musso. E allora, pranzo sia!

Acqua, tanta. Vino rosso, perché no? Valpolicella Ripasso, sancisce Mara. Antipasto e primo, scelti da una lista recitata a voce con forte accento locale, e  per finire sfogliatelle e bicchiere di Recioto. Anche se fa un caldo boia. Il tutto contornato da una gestione famigliare e amichevole, aria condizionata bassa e un ambiente davvero accogliente. Andateci a mangiare, se capitate da quelle parti. Si sta davvero bene. E così passano due ore che nemmeno se ne accorgono, Mara e Alice, pensando all’enolibreria, al futuro, e all’Ale in viaggio in Cina che manda un SMS con scritto: “Ciao Alice, come stai? Qui fa molto caldo, i cinesi sono davvero tanti e fanno molto casino”.

Un consiglio dell’ostessa fa fare una virata all’itinerario, e così, inaspettatamente, Alice e Mara si ritrovano a camminare per una Verona diversa, più nascosta, più raccolta, meno turistica. Adorabilmente passeggevole. Entrano in Sant’Anastasia ad accarezzare la schiena del Gobbo, si fermano a guardare gli affreschi picchettati dei resti della chiesa poco vicino, poi camminano, camminano, camminano fino al ponte Pietra.  E dopo il ponte, una viuzza, una scale e lassù, Castel San Pietro. La strada per salire è ripida e faticosa, e fa caldo, fa caldo, fa caldo. Ma intorno ci sono case, balconi, pietre e fiori. Colorati. E una vista mozzafiato sul cielo blu coi tetti di Verona. Da lassù si vede la curva dell’Adige, verde scuro, in mezzo a tanti palazzi coi tetti rossi decorati di bianco. Si vede l’Arena, laggiù, e pare lontanissima, si vedono campanili e chiese e merli scaligeri sparsi sulle fortezze. Si vede il teatro romano, in basso a sinistra, che merita una visita, anche se è tutto ricostruito e di antico non c’è quasi nulla. Di vero, rimane l’atmosfera. E lo spettacolo di tango argentino che la compagnia di ballo di Buenos Aires porta in scena stasera.

Dopo il teatro ancora strada, stavolta molta, per arrivare in un posto che nessuno sa. Un giardino curato dal FAI, con l’aspetto di un antico parco del 1500. Sei euro, la VeronaCard non vale. Niente di speciale, tranne la magia di essere lì. Siepi basse, fiori colorati, prato verde, anfore e statue in stile Canova, cipressi che marcano il viale e, poco a destra, un labirinto. Forse solo un banale labirinto di cui è calcolabile la soluzione, ma che divertimento entrare, scoprire la strada, festeggiare al centro e poi uscire di corsa, come due bambine di quattro anni che si sono anche fatte le foto!

Tornare dal Giardino Giusti è fatica e avventura. Troppa strada a piedi, specie fino alla macchina (bisogna aggiornare il parchimetro). Ma mai affidarsi all’orientamento di Mara, che dopo aver studiato accuratamente le corse dell’autobus per tornare in centro, avrebbe allegramente preso quello nella direzione sbagliata. Autobus, caldo, sedile, persone, finestrini, percorso imprevisto, giro nella parte abitata della città. Case, case, case… arriveranno mai? L’Adige è lontano, e va attraversato… dov’è sto benedetto fiume? Mara non ha idea di dove siano. Alice è un po’ insicura, ma caspita, la strada parlava chiaro. Eccolo lì. Finalmente. Ecco il Castelvecchio, ecco via Cavour. Ecco un sacco di passi ancora da fare per arrivare alla macchina e tornare indietro. Ma poi c’è un bar, uno spritz, una mezz’oretta di aperitivo per rinfrescarsi e far riposare i piedi stanchi e polverosi all’ombra.

E poi c’è piazza delle Erbe, con le sue bancherelle. E la ressa fuori dalla casa di Giulietta (che però ha già chiuso e il balcone si può guardare solo dalle feritoie del cancello, spremute insieme ad altre cento persone emozionate all’idea che quelli non sono i lucchetti di Moccia).

E poi c’è piazza dei Signori, col suo campo quadrato, la torre rossa e bianca che arriva al cielo, la Scala della Ragione e soprattutto, sotto il portico, due donne, un’arpa e un flauto traverso, che suonano per deliziare i passanti. Per un attimo, lì in mezzo, stasera, sembra di essere in un film in costume. Tutti si muovono piano, avvolti da una concordanza delicata di suoni e immagini, di architettura e musica, da un’armonia profonda e lenta, che ti trattiene molto più a lungo di quanto dovresti, nella luce crepuscolare, senza farti più sentire né caldo, né fame, né stanchezza.

Il viaggio di ritorno, prima a piedi e poi in macchina, è più lungo e faticoso dell’andata. Le gambe sono stanche, i piedi impolverati, togliersi i sandali per guidare con le Superga è uno strazio, la macchina parte, silenziosa, e il percorso sembra infinito. Poi l’autoradio che suona “Breathe”, le luci dell’autostrada di notte, la chiacchiera che diventa più lenta e intima, il sonno che si fa sentire, ma ancora non è lì. Milano è vicina, domani si ricomincia però, stasera… che sera. Tra loro. Così.  Le amiche. Così.

1 commento su “Verona, by day”

  1. bello!!!
    non ero mai stata la coprotagonista di un racconto…o almeno che io sappia…e per di più con tanto di nome in codice.

    sono contenta

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