Ulivi, friniti, ronzii, nuvole e cielo

Delle volte, un nome non è un caso.
Delle volte.
E forse non era un caso che Vinci fosse sulle colline del Montalbano.
Cercavo la storia e Leonardo.
Ho trovato tutt’altro, in un disegno perfettamente ordito su un telaio meccanico progettato e mai costruito dall’Uomo del Millennio.
La Prius, silenziosa, percorre queste vie, curve, colline, panorama mozzafiato. Ciclisti impavidi su per salite verticali e discese a rotta di collo. Un cartello: strada del Chianti docg, Montalbano.
Sarà mica un nome a caso?
I finestrini sono chiusi, la mia “delorean” personale fa l’aria condizionata, eppure tutti questi colori ti fanno immaginare una serie rigogliosa e variegata di profumi forti. Come per il ragazzo cieco di Almost Blue. Si sentono profumi e suoni di campagna, guardando queste colline. Campane, fieno, cani che abbaiano, bacche rosse, campanelli di bici, girasoli, ronzii, olive, erba secca.
La sinestesia qui è un fatto, non una figura retorica.

Stordita dal panorama, scendo dalla macchina in mezzo a questa folla di turisti insulsi che si accalcano per entrare al Museo Leonardiano.

Cercavo Leonardo. Ma qui non c’è. Oppure, con me non vuol parlare.

Ci sono le macchine leonardiane, ma non sono le sue, lui le ha “solo” progettate. IBM le ha realizzate e poi donate alla città di Vinci. E non sappiamo perchè Leonardo le abbia progettate e non realizzate. Perché sdegnava il lavoro manuale per favorire solo quello intellettuale, perché era uno di quelli che credono che la ricerca sia fine a se stessa, o perché i confini del mondo e della materia, ma soprattutto degli altri esseri umani, erano troppo stretti per lui?

Ci sono genitori che spiegano ai loro bambini come funzionano queste macchine meravigliose.

Penso, e qui rischio di sembrare medioevale: a questi bambini che crescono nel web 2.0, cosa può fregare delle macchine di Leonardo realizzate con la materia? Infatti, i pochi bambini interessati si guardano le simulazioni in 3D delle macchine sui monitor LCD.

Io non capisco un granché di questa roba, ma ad un bambino di 8 anni non credo interessino aratri, carrucole, pulegge, telai… cosa diavolo è una puleggia?

Questo non è un museo per bambini. Ai bambini andrebbe mostrato, io credo, l’occhio del futuro. Andrebbe fatto immaginare il ragazzo “senza lettere” e con una curiosità vorace che guardava il mondo e ci vedeva attraverso, che nelle pieghe del presente immaginava il futuro, che viveva così stretto nella ottusità sociale che lo circondava da non riuscire a finir niente di quel che aveva cominciato. Ai bambini, forse, andrebbe mostrato il genio, non l’inventore né l’ingegnere. Ciò che lui ha inventato, per loro già esiste. Quello che non sanno, è che lo ha meticolosamente immaginato e progettato 500 anni fa.

Leonardo qui, secondo me, non c’è. E sono un po’ infastidita.

Provo a percorrere il sentiero numero 14, vado ad Anchiano a vedere la casa natale. A questo punto, non mi aspetto un bel niente, ma mi va di camminare.

Sole.
Così caldo che è meglio mettersi il cappello.

Salita. Strada bianca. Polvere. Sassi.

Sdrucciolo. Son qui da sola. Beh, il cellulare prende.

A destra: ulivi. A sinistra, ville e ulivi. Davanti, la strada che sale. E ulivi.

Mi giro, come faceva un tal Fra Crispino in un libro di una certa Matilde del Medioevo, che ho letto da piccola. Fra Crispino viaggiava di spalle, sul carro, per guardare indietro: per rimanere sorpreso dallo spettacolo. Mi giro e salgo come un gambero. Ecco Vinci, laggiù. Ecco, lui faceva questa strada per scendere in paese. E allora adesso guardare avanti ha un altro senso. Perché vuol dire provare a fare quella strada con quegli stessi occhi.

Non c’è molto “da vedere”. Il paesaggio è sempre quello. C’è “da sentire”.

Il silenzio, sterminato. Puntellato dalle cicale che friniscono senza tregua.

Diceva Esiodo: “Quando il cardo fiorisce e l’echeggiante cicala appollaiata su un albero riversa il suo canto melodioso muovendo fittamente le ali, nella stagione della faticosa estate, allora le capre sono più grasse, il vino più buono, le donne più dissolute, gli uomini più fiacchi, perché Sirio inaridisce testa e ginocchia, e la pelle è secca per la calura … “

Le foglie secche degli ulivi, e tra loro tante piccole olive, e pensa quanta fatica raccoglierle, tra due mesi.

La terra, riarsa.

Da lontano si vedono campi e terrazze. Verdi diversi. Viti basse e dorate. Cipressi alti e scuri. Cielo ampio. Azzurro. E qualche nuvola sparsa. Una sfumatura rosata dove la terra finisce, comincia il cielo e c’è questa linea ondulata dell’orizzonte.

Qualche insetto mi ronza vicino, un’ape, una farfalla.

C’è qualche ulivo più bello degli altri. Li ho sempre amati, questi alberi. Specialmente quelli saraceni. Come Montalbano. Quello di Camilleri. Che va dal suo ulivo saraceno e trova le risposte. Gli ulivi hanno corpi contorti e secchi, una forza secolare data non dalla possanza ma da una specie saggezza fisica. Hanno colori delicati, tenui, quasi bigi. Sembrano “forti e cortesi”.

L’ulivo è prudente, educato, ruvido.

Ma se ti appoggi, ti tiene. Se ci sali, ti accoglie.

E qui ce ne sono così tanti…

Cammino cammino e mi chiedo se mai ci arriverò, a questa benedetta casa natale e perché diavolo io sia l’unica a fare questa strada.

Quando arrivo, sorpresa! Leonardo c’è.

La casa è grande, di pietra, curata, pulita, evidentemente vuota. Solo dei pannelli che commentano brevemente, più che la vita, la sfaccettatura del genio, con la timida onestà intellettuale di chi scrive che non può “trattare” in così poco spazio ma solo “modestamente invitare” il curioso ad approfondire la sua conoscenza.

C’è, di fronte al forno a legna, un’insospettabile casella rossa di Poste Italiane che è piantata lì in mezzo come una palma in un ghiacciaio. Mah.

C’è, tutt’intorno alla casa, lo sterminato uliveto da cui provengo. Quello era il mondo di Leonardo ragazzino. Prima di andare a Firenze, lui camminava lì in mezzo e disegnava. Gli si dev’essere riempita la testa di natura, di colori, di profumi; in fondo, di passione. E poi si capisce perché metteva certi fondi strani a dipinti come l’Adorazione dei Magi o la Vergine delle Rocce.

Il mondo visto dalla sua casa è una sterminata distesa di colline e campi e strade, e vigne e uliveti. Rami secchi e foglie verdi arrampicate sulle pareti di pietra della casa, cielo azzurro, nuvole bianche, qualche cipresso qua e là (ho visto tantissimi insospettabili cipressi in Toscana), terra secca e raggi di luce che filtrano fra i rami magri degli ulivi e feriscono gli occhi.

Sono le due. Fa caldo. Davvero molto. Il sole batte forte sulla mia testa. Scendo. Da sola. Di nuovo. E mentre cammino, ho la sensazione di aver capito qualcosa, in tutto quel luminoso silenzio pieno di immagini. Ho sentito che posso “stare”, che posso “scegliere”, che posso “cambiare”. Posso chiedere e posso anche soffrire. Ma questo è un osso di seppia, e allora lo scrivo lì.

4 commenti su “Ulivi, friniti, ronzii, nuvole e cielo”

  1. c’è da dire Chiaretta che non solo scrivi davvero bene ma fai anche delle bellissime foto. (detto da un metalmeccanico poi dev’essere proprio una soddisfazione!!!!).

  2. Mi piace la tua ricerca di Leonardo e sono contento che tu l’abbia trovato nella sua casa e con tanta poesia.
    Chissà se scriverai di quell’intensa mezza giornata romana in continuo litigio con la tecnologia!

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